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Angels Wear White

Vivian Qu


Jia Nian Hua
Cina/Francia 2017 – 1h 47′

 VENEZIA –  Se la figura femminile che è uscita vincitrice (morale) di questo festival è sicuramente l’indimenticabile protagonista di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, cui la bravura di Frances McDormand ha saputo trasmettere tutta la forza, la caparbietà, la determinatezza con cui una donna è capace di lottare contro tutto e contro tutti, pur di vedere ripagato l’affronto subito, le giovani donne del film di Vivian Qu, unica presenza femminile in concorso, si collocano, non solo fisicamente, in un mondo completamente opposto, in cui la fragilità, la solitudine e l’infelicità  sembrano essere la loro condizione esistenziale.

Ma se la prima è destinata ad esistere solo e unicamente come Personaggio (seppur grande), su cui proiettare eventualmente tutte le proprie frustrazioni, le seconde incarnano uno stato di sofferenza senza riscatto, che le rende più umane, più vicine alla condizione di molte donne. Senza con ciò voler fare un paragone di merito tra i due film.
“Le gambe delle donne sono i compassi con cui si misura la circonferenza del mondo”: l’inquadratura dal basso, che, nella sequenza di apertura di Angels wear white, percorre una gigantesca statua pop che ritrae Marilyn Monroe con le gambe spalancate e il vestitino bianco sollevato dal vento in Quando la moglie è in vacanza, fa ripensare alla famosa “definizione” di Truffaut, un “uomo che amava le donne”. L’immagine di Marilyn, icona di un certo tipo di femminilità, di donna oggetto di desiderio, collocata nel lungomare di una località balneare della Cina meridionale attrae l’attenzione di una ragazzina, Mia, il cui sguardo, partendo dalle unghie smaltate di rosso, risale su su lungo queste gambe interminabili fino alle mutandine bianche che si intravvedono sotto la gonna.
La regista e sceneggiatrice Vivian Qu (al suo secondo lungometraggio dopo Trap Street presentato a Venezia nel 2013), mantiene la focalizzazione del racconto prevalentemente sullo sguardo di Mia, che ha sedici anni, è scappata di casa, non ha documenti e lavora in nero in un alberghetto, in cui una notte si presenta un uomo con due scolarette sghignazzanti. Sospettosa, dopo il check-in la ragazza osserva dalle telecamere di sorveglianza i corridoi e intuisce quanto accade nelle stanze. Dopo qualche giorno dall’episodio, una delle due bambine racconta alla madre di essere stata stuprata insieme all’amichetta e si apre un’indagine, ma non ci sono prove tangibili che il reo sia proprio l’uomo potente che le due indicano: mancano tracce di DNA, i video delle telecamere di sorveglianza sono già stati cancellati e anche Mia, che pure aveva filmato la scena con il cellulare, dichiara alla polizia di non aver visto nulla, salvo poi ricredersi nel tentativo di ribellarsi alle violenze e alle minacce di chi vorrebbe metterla a tacere.
Al dramma di Mia, testimone impotente e impaurita, si affianca quello delle due bambine di dodici anni, Wen e Xin, amiche e compagne di classe, le quali, dopo la confessione, vengono trascinate in un vortice di interrogatori, visite mediche, deposizioni in tribunale, dove tutto è finalizzato alla dimostrazione della colpevolezza dell’imputato e a un eventuale risarcimento mentre nessuno sembra preoccuparsi di come esse vivano tutto questo.
Il racconto si costruisce dunque a partire da temi molto forti: lo stupro di due minorenni, la perdita della verginità, la prostituzione giovanile, lasciando sullo sfondo problematiche più ampie relative alla società cinese contemporanea con le sue convenzioni morali e i suoi condizionamenti sociali, ma Vivian Qu evita qualsiasi tipo di sensazionalismo, al contrario si affida soprattutto ai silenzi, ai sottintesi, alla forza del non detto, alle ellissi, rivolgendo piuttosto la sua attenzione agli stati emotivi dei personaggi, sui cui volti impassibili si sofferma particolarmente la macchina da presa e a quel senso di smarrimento che, in modo diverso, sembra caratterizzare ciascuna di loro, attraverso una sorta di reticenza della messa in scena, che è l’aspetto più interessante del film.
Gli eventi cruciali sono inferiti più che mostrati: la colpevolezza dell’uomo come la miseria in cui si ritrova a vivere la testimone, la violenza che subiscono le bambine come la loro apparente refrattarietà al trauma, i referti dei medici come il loro ribaltamento. Mentre gli elementi su cui Qu lavora si muovono sulla scena di un mondo quasi sospeso in un tempo astratto, nella luce livida della cittadina balneare, lontana dalle grandi metamorfosi sociali e culturali della Cina contemporanea, dove nulla è veramente leggibile anche se tutto è conclamato.
Un mondo da cui la protagonista con il suo vestitino bianco alla Marilyn alla fine scapperà, su un motorino rubato, dietro a un sogno di felicità impossibile, allontanandosene assieme alla statua di Marilyn, rimossa dopo essere stata imbrattata, le cui lunghe gambe non staranno più lì a misurare la piccola circonferenza del mondo che la circondava.

Cristina Menegolli – MCmagazine 43

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