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Ogigami Naoko

 

La madre dell’undicenne Tomo vive d’espedienti fino a che decide di rinunciare alla figlia. Tomo, ormai sola, si trasferisce dallo zio Makio. Questo vive con la sua fidanzata Rinko che, nato uomo è ora un transessuale e lavora come badante. Tomo inizialmente è un po’ confusa dalla situazione ma poi inizierà a vivere con la coppia come fossero una calorosa famiglia. 

 

 

Karera Ga Honki de Amu Toki Wa
Giappone 2016 – 2h 7′

UDINE – Ovunque venga presentato il film della regista e sceneggiatrice giapponese Ogigami Naoko fa parlare di sé. Il motivo è innanzitutto il tema affrontato, e non secondariamente, le modalità con le quali viene raccontata questa storia. Parlare di omosessualità, per quanto apparentemente risulti normale, non passa come un argomento qualunque soprattutto se rapportato ad una società conservatrice come quella giapponese. Ben consapevole di questo la regista è riuscita a sfoderare una scrittura delicatissima ed empatica, trattenuta tenacemente sulle corde della sottrazione ed evocazione emotiva, nella misura del migliore cinema giapponese, capace come nessun altro di calibrare il dramma e la commedia.

 

Senza sforzarsi di aderire fedelmente a un’idea di stretto realismo, la Ogigami preferisce condividere le sensazioni, in modo da unire due mondi così lontani e così vicini. La nuova famiglia della piccola Tomo ha tutte le caratteristiche per essere definita una famiglia perfetta ed è solo l’invidia da parte di un modello tradizionale o oramai sgretolato a determinare un’anomalia e la ferita della mancata accettazione.
La dolcezza, il senso del bello, l’armonia zen con le quali la narrazione stempera il dolore, a tratti insopportabile, sono l’antidoto contro la rabbia e la violenza a cui l’esistenza sottopone il destino della protagonista trans: memorabili in tal senso i pranzi preparati per la ragazzina (Bento box) e il rito purificatore della filosofia buddista che prevede di bruciare 108 peni di lana fatti a maglia come forma di liberazione dell’identità maschile.
Con un candore quasi infantile, il film non cerca in nessun modo di dimostrare un principio o di fare confronti o esprimere un giudizio su cosa sia meglio o peggio, ma racconta di quanto sia normale ciò che può apparire non conforme. Ed è impossibile, proprio per tutti, non essere toccati dall’intensità di questa sottigliezza. Il pubblico di Udine sottoscrive.
Alessandro Tognolo – MCmagazine 42

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