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Il padre d’Italia

Fabio Mollo

Paolo ha 30 anni e conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato da un dolore che non riesce a superare. Una notte, per puro caso, incontra Mia, una prorompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza, che mette la sua vita sottosopra. Spinto dalla volontà di riaccompagnarla a casa, Paolo comincia un viaggio al suo fianco che porterà entrambi ad attraversare l’Italia e a scoprire il loro irrefrenabile desiderio di vivere. Fabio Mollo esplora con delicatezza il tema dell’amore, in senso universale, le paure che attanagliano i giovani d’oggi e riguardano il futuro e il loro diventare genitori; a rendere tutto credibile e sincero è la prova dei due protagonisti, entrambi proposti in ruoli agli antipodi rispetto al loro solito.

Italia 2017 – 1h 33’

Il padre d’Italia mette un sacco di carne al fuoco, con un ventaglio di temi tutti maiuscoli: omosessualità, paternità e maternità, maturità, condizione di giovani uomini e donne, sentimento del futuro e della costruzione. Ma nel film non troverete un’esposizione di temi. Troverete due personaggi. Un uomo e una donna coetanei, su per giù trentenni. Non una narrazione lineare, tantomeno pedantemente esplicativa, ma molti salti che evitano il superfluo e conservano l’essenziale. Poche pennellate sicure. (…) Isabella Ragonese (Mia) parte svantaggiata con l’onere, che sorregge con molto onore, di un ruolo più visto e convenzionale, oltre che segnato dalla negatività di tutti i possibili velleitarismi generazionali. Luca Marinelli (Paolo) si avvantaggia al contrario di un personaggio più inusuale, più imprevedibile.

 

E in ogni caso si conferma tra gli interpreti di maggior spessore della sua età nel panorama italiano: un mix originale tra la bonomia popolaresca romana di Valerio Mastandrea e il lampo di follia di Elio Germano, e in mezzo si fa strada inattesa un’irresistibile tenerezza. II regista è Fabio Mollo, che governa con sapienza i suoi personaggi e i suoi interpreti, qui al suo secondo film di lungometraggio. Una bella sorpresa. (…)

Paolo D’Agostini – La Repubblica

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