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Il piacere

Max Ophüls

 

Ophuls, in questo che rappresenta uno dei vertici della sua filmografia, dichiara da subito ed esplicitamente la propria funzione di ‘narratore’ che si confronta con un altro e ben titolato narratore: Guy de Maupassant. Nei tre racconti che illustrano i rapporti del piacere con l’amore, con la purezza e con la morte, il grande regista tedesco torna a riflettere sullo scorrere del tempo.

 

 

 

Le plaisir
[b/n] Francia 1952 – 1h 37

Tre racconti illustrano i rapporti del piacere con l’amore, con la purezza e con la morte. Nel primo, La maschera, un uomo dalle strane sembianze accorre in un café chantant per abbandonarsi all’ebbrezza della danza. Il secondo, Casa Tellier, racconta la fuggitiva parentesi bucolica di un gruppo di prostitute. Il terzo, La modella, ha per protagonisti un pittore e la sua musa.
Considerato insieme a La scampagnata (1936) di Jean Renoir il miglior adattamento per il cinema di Maupassant, segna un nuovo vertice nella produzione del regista tedesco dopo l’altrettanto straordinario La ronde (1950). Ognuno dei tre episodi, diversi per durata, tono e atmosfere, è una perla di rara bellezza. Il filo che le tiene legate è la voce stessa del poeta Maupassant, prestata da Jean Servais, dentro una cornice di ineffabile grazia e dissimulata ironia. La maschera è un picco assoluto nel cinema di Ophüls, nella sua travolgente e rapinosa celebrazione del movimento: per il regista, come per il protagonista dell’episodio, il piacere è movimento, e la macchina da presa si muove all’interno di una impareggiabile coreografia di danza. Il secondo episodio, molto più lungo rispetto agli altri due, è un frammento che vale una intera filmografia: memorabile ed eccezionale dall’inizio alla fine, a partire dall’incipit con la lunga carrellata esterna della casa di appuntamenti, simile a quella realizzata da Ernst Lubitsch in Angelo (1937). Il terzo episodio è il meno affascinante dei tre ma si chiude con la battuta che rivela il senso profondo di tutto il film: la felicità non è allegra. Come sempre in Ophüls, l’altra faccia della ricerca ostinata del piacere è l’amara percezione di una mancanza, di un rimpianto o di una innocenza perduta per sempre.

longtake.it

Il film è ispirato a 3 racconti di Maupassant. Nel primo un misterioso danzatore mascherato si lancia in balli e corteggiamenti sfrenati fino a sentirsi male e a far scoprire la sua vera identità. Nel secondo la maitresse e le ragazze di una casa chiusa lasciano per un giorno il lavoro per recarsi a festeggiare una prima comunione. Nel terzo un artista viene attratto da colei che diventerà la sua fonte di ispirazione fino a quando la vita di coppia non si trasformerà in un inferno.
È allo scrittore che viene data la parola per aprire il film, consapevole com’è dell’instaurarsi di un rapporto tra passato e presente. Afferma infatti: “Per presentarvi tre dei miei racconti ho pensato che la cosa più semplice fosse raccontarveli io stesso. Ho sempre amato la notte, sono felice di parlarvi nel buio come se fossi seduto accanto a voi e magari così è. Un po’ sono angosciato perché i miei racconti sono antichi e voi siete tremendamente moderni, come si dice quando si è vivi”. Il suo omologo cinematografico gli dà la parola su un fondo nero per poi subito dopo scatenarsi in acrobazie visive che ribadiscono la sua convinzione che la vita è movimento. Ophuls rifugge più che mai le situazioni statiche: se i personaggi sono fermi è la macchina da presa che si muove.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

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