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Les Ogres

Léa Fehner

La vivace compagnia del Davaï Theìâtre gira di città in città, con appresso il loro tendone, mettendo in scena Cechov. Tutti loro portano sogno e disordine: sono orchi, giganti, e hanno mangiato teatro e chilometri. Una turbolenta tribù di artisti in cui lavoro, legami familiari, amore e amicizia si mescolano con veemenza, scavalcando i confini tra la finzione del palcoscenico e la vita reale. Tuttavia, l’arrivo improvviso di un bambino e il ritorno di una ex amante farà riaprire ferite che essi credevano oramai dimenticate. Ma la festa avrà inizio…
versione originale sottotitolata

 

 

 

Francia 2016 – 144′

La compagnia di teatro Davaï è in tournée perenne: è una vita di gruppo, nomade, itinerante. Nel sud della Francia, i quindici attori della compagnia presentano una rivisitazione corale e scatenata dell'”Orso” di Cechov. È uno spettacolo che fanno da anni, ma ogni volta accade qualcosa di nuovo, che riscrive i delicati equilibri di una famiglia che vive sulle montagne russe dell’emozione, fuori e dentro il tendone. C’è Lola, che torna per una sostituzione, e manda in crisi Francois; c’è Mona che aspetta un bambino da un uomo che ha perso un figlio da pochi anni; ci sono tavole da sparecchiare, mucche da spostare, ragioni da recuperare, tutto prima che si apra il sipario e che venga il tempo, quotidiano, di andare in scena.
All’opposto dell’idea storicamente connotata negativamente del teatro filmato, che ha in ogni caso perso da quasi un secolo il senso originario, il teatro in Les Ogres arricchisce sostanzialmente il lavoro cinematografico, ne ravviva le potenzialità, ne rivaluta persino lo specifico, esaltando quella capacità di parlare in prima persona, con un primo piano, e un attimo dopo in terza, con un campo lungo, e di rompere l’unità temporale, di recuperare il ritmo dell’esistenza nelle ellissi e nelle ripetizioni. Il teatro è ogni volta diverso, mai uguale a se stesso, mentre il film non ha bisogno di esserlo, la sua natura contiene già la varietà, eppure uno dei motivi di bellezza del film della Fehner è l’apertura che si respira al suo interno, tra le righe di una sceneggiatura che indubbiamente esiste, è ferrea e calibrata, ma è anche potenzialmente differenziabile, in quanto concepita attorno ad un “morceau de vie”, di un’avventura finto-vera, che da qualche parte è ancora in corso.

 
Come una commediante, la regista, trentaseienne di Tolosa, impersona ruoli diversi: è il direttore della compagnia, responsabile di un mondo -quello del set- con le sue regole e le sue gerarchie; ma è anche la figlia del regista, quella che, come sua sorella Inès, ha bisogno di trovare la propria autonomia, rompendo il legame di dipendenza dall’approvazione dei genitori; è dentro la vita della compagnia e fuori, ne vede il fascino ma anche l’aspetto decadente e grottesco, la passione ma anche la fuga dal reale, l’esaltazione che va sempre nutrita, artificialmente, crudelmente.
Mescolando autobiografia (i genitori, Francois Fehner e Marion Bouvarel, sono veri teatranti) e costruzione, attori di teatro e di cinema, sconosciuti e famosi, Léa Fehner, alla sua opera seconda, riesce nella sfida di raccontare il caos col giusto ordine, di dire il peso delle cose senza farlo avvertire, di sostituire alla rappresentazione una presentazione – nel senso di resa al presente- di una scelta di vita che è spettacolo, e dunque ha un prezzo.

Marianna Cappi – mymovies.it

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