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L’incredibile vita di Norman

Joseph Cedar

 

Norman è un navigato affarista di New York alla disperata ricerca di attenzioni e amicizie che possano cambiargli la vita. La sua è una corsa continua a soddisfare i bisogni degli altri nella speranza di trovare un giorno rispetto e riconoscimento da sempre desiderati. Quando viene eletto Primo Ministro un uomo a cui anni prima Norman aveva fatto un favore, quel giorno che tanto aveva desiderato sembra finalmente arrivato… Un film le cui radici affondano nella storia della cultura ebraica e nella letteratura e che trova in Richard Gere un interprete straordinario per rendere credibile e appassionante l’odissea di colui che, mettendo il proprio talento al servizio di un potente, si ritrova poi vittima di invidie e ostilità.

 

The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer
USA/Israele 2017 – 1h 58′

New York. Norman Oppenheimer si qualifica come uomo d’affari. La sua vita consiste nel cercare di soddisfare le necessità altrui sperando di ricevere in contraccambio rispetto e ammirazione. Un giorno riesce ad avvicinare un uomo politico israeliano e a comprargli un costoso paio di scarpe. Quando diverrà il premier del suo Paese Norman potrà ricevere quella considerazione che ha sempre desiderato. Ma per quanto?
Le radici di questo film affondano nella storia della cultura ebraica e nella letteratura. Joseph Cedar, che è nato a New York ma dall’età di sei anni vive a Gerusalemme, ha studiato la figura dell’ “Ebreo cortigiano” cioè di colui che mette il suo talento al servizio di un potente per poi ritrovarsi vittima di invidie e ostilità. È un personaggio che si trova nella Bibbia (vedi Giuseppe e il Faraone) per poi ripresentarsi nel Mercante di Venezia di Shakespeare, nel Fagin dell’Oliver Twist dickensiano o nel Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce.
Come trasferire nell’attualità questa figura quasi archetipa? Trasformandolo in un ‘faccendiere’, una persona che aiuta gli uomini di potere ad ottenere ciò che vogliono ma a cui non possono arrivare direttamente. Non molti registi e produzioni avrebbero pensato a Richard Gere per questo ruolo. Cedar lo ha fatto e ha centrato l’obiettivo. Gere si cala nei panni e nella psicologia di Norman con un mimetismo straordinario. Nei panni perché la sua eleganza ha sempre dei tratti di inadeguatezza; il suo cappotto, le sue camicie , la sua giacca non sono mai ‘davvero’ giusti. Così come non lo è mai il credito che si attribuisce millantando conoscenze e contatti ai livelli più elevati del mondo degli affari. Ma Norman non è un imbroglione con il cosiddetto pelo sullo stomaco. È un uomo profondamente solo che ha bisogno, per sentirsi vivere, di essere accettato e riconosciuto come necessario dagli altri. Questo comporta frustrazioni (quando le sue supposte relazioni si rivelano inesistenti) ma anche momenti di esaltazione e di trionfo quando chi detiene il potere lo ammette nella propria cerchia ristretta. Chi però dipende dall’approvazione altrui, dal bisogno che gli altri hanno dei suoi servigi (reali o presunti che siano) non assurge mai, anche se si illude che non sia così, alla dignità di persona. Perché è solo trovando la giusta misura di autostima che un essere umano può riconoscersi come tale oppure compiendo scelte che dipendano esclusivamente da se stesso. Norman si troverà ad affrontare la questione e dovrà prendere una decisione che coinvolgerà molti di coloro per i quali si è messo in gioco.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

Uno sfumato, calibratissimo Richard Gere conferisce al personaggio misteriosa, ambigua umanità; e il cineasta israelita/americano Joseph Cedar provvede a inquadrarlo nella cornice dell’Upper West Side, contornandolo di un ottimo cast e dimostrando buona conoscenza dei complessi rapporti fra Tel Aviv e l’establishment ebraico newyorkese. Ma per capire il vero senso del film bisogna andare alla parabola che corre sotto la superficie. Parabola giocata sui personaggi bifronti di Norman e Micha, che lascia emergere essenziali temi identitari: volontà individuale e ironia del fato, desiderio di integrazione e sentimento di appartenenza, attitudine al compromesso e aspirazione all’assoluto. Cedar sceglie una chiave quasi onirica di racconto, laddove sarebbe stato più incisivo spingere il tasto brechtiano evocato dalle musiche alla Kurt Weill di Jun Miyake: e tuttavia, a dispetto del fatto di non essere sempre all’altezza delle ambizioni, il film possiede un che di denso e intrigante.

Alessandra Levantesi Kezich – La Stampa

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