Manhunt

John Woo

Zhuibu
Cina/Hong Kong 2017 – 1h 46′

 VENEZIA –  Il film è un adattamento del romanzo Kimi yo Fundo no Kawa wo Watare (Devi attraversare il fiume dell’ira) di Yuko Nishimura e, più che un remake, un omaggio al film omonimo del regista attore giapponese Ken Takakura, di cui il grande maestro di Hong Kong si è dichiarato da sempre ammiratore.

È stato girato in Giappone, prevalentemente ad Osaka e racconta la storia di un onesto avvocato cinese Du Qiu (Zhang Hanyu), che, accusato ingiustamente di corruzione, si dà alla fuga per far luce su chi ha voluto incastrarlo: un’associazione criminale, che ha messo a punto una droga che aumenta le abilità dei soldati, testandola sugli homeless. Si ritrova così inseguito, oltre che dal poliziotto Yamura (Masaharu Fukuyama), da due donne killer incaricate di ucciderlo. Un tema più che classico, per Woo: un uomo innocente in fuga (Manhunt), che deve lottare per dimostrare la propria innocenza e un inseguitore col quale alla fine si crea un rapporto di intesa. Una storia, in questo caso,che fa da ponte tra un cinese e un giapponese, che che devono collaborare per il bene comune, un inno alla pace e all’amicizia.
Del resto Manhunt è un omaggio al cinema, quello amato dal suo autore, i polizieschi degli anni sessanta e settanta, ma anche gli autori giapponesi, come Ken Takakura, a cui dichiara di essersi ispirato per A Better Tomorrow«La mia infatuazione per il cinema giapponese è cominciata in tenera età. Realizzare un film con cui rendere omaggio a un autore che amo molto, quale è Takakura, è stato il coronamento di un sogno che avevo accarezzato da molti anni» dice Woo.
Manhunt dichiara subito la passione cinefila, con una prima scena in cui in un locale giapponese «vintage» tre personaggi: due ragazze in abiti tradizionali e l’uomo in fuga, citano i “film classici” – «oggi non si parla più così» – sospira la ragazza e, mentre lui va a cercarle il dvd di un titolo del passato, le due si trasformano in giustiziere implacabili sterminando la gang yakuza che ha fatto irruzione nel locale (una di loro è interpretata dalla figlia di Woo, Angeles Woo).
E vi si ritrovano tutti gli elementi che compongono i film di Woo: le lunghissime sparatorie con gli eroi che impugnano due pistole per ammazzare decine di nemici, le coreografie a passo di danza su musiche quasi sempre liriche, per enfatizzare – al rallenty naturalmente – la grazia dei movimenti dei suoi personaggi, gli spericolati inseguimenti a piedi, in auto, in moto, sui jetski (probabile richiamo a The Killer), la presenza di colombe bianchissime dal simbolismo evidente (in un primo momento volano in direzioni opposte a indicare l’antagonismo tra Yamura e Du Qiu, poi si fondono per diventare immagine della loro amicizia), fino ai due eroi solo all’apparenza nemici, ma in realtà accomunati da ideali alti come l’onore e l’integrità (che arrivano a sparare con le mani ammanettate e si congedano alla fine, augurandosi a better tomorrow). Con alcune novità costituite dall’ambientazione giapponese, dalla presenza femminile significativa e sfaccettata e soprattutto da una forte e consapevolissima vena ironica, che percorre l’intero film.
Certo, all’apparenza il film rientra nella tipologia degli action movie orientali, ma la regia di John Woo gli conferisce indubbiamente un valore aggiunto. Conoscendo bene le regole del gioco, egli è perfettamente in grado di utilizzare quegli stereotipi senza risultare banale: nella costruzione delle scene dimostra di possedere una visione d’insieme lucidissima per quanto riguarda la distribuzione degli oggetti e dei corpi nello spazio, ha un perfetto controllo dei tempi e sa attraversare i vari generi, spostandone ogni volta il segno: dalla commedia al melò, dal poliziesco al comico, in un vortice di omaggi e citazioni. Ma, anche se è appunto nel cinema che Manhunt ritrova la sua forza, esso non può considerarsi una semplice operazione di nostalgia o di rassicurante autoreferenzialità, perché invece è una sorpresa, in puro stile Woo, irriverente, divertito, ironico, capace di comunicare il piacere di giocare col cinema, oggetto di una grande passione, che non è mai scontata..

Cristina Menegolli – MCmagazine 43

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