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My Name is Emily

Simon Fitzmaurice



Emily, una adolescente in affidamento a Dublino, viene iscritta in una nuova scuola; la ragazza è insoddisfatta, e sente fortemente la mancanza del padre, Robert, un eccentrico autore di best-seller, che, dopo la morte della moglie, ha avuto una crollo ed è finito in una clinica. Il giorno del suo sedicesimo compleanno, Emily, accompagnata dal suo nuovo amico Arden, decide di partire per “liberare” suo padre dall’istituto psichiatrico in cui è rinchiuso. Inizia così un viaggio che attraversa l’Irlanda e che la porterà a scoprire se stessa e i valori dell’amicizia e degli affetti familiari.

 



Irlanda 2015 – 1h 40’

Dopo la morte prematura della madre Emily ha vissuto con suo padre Robert, un eccentrico autore di best sellers, fino a quando questi è stato internato in un istituto per malattie mentali e lei è stata affidata a una famiglia in cui non si trova a suo agio. Ha però continuato a ricevere per il suo compleanno gli auguri del padre. Giunto il sedicesimo genetliaco senza alcun biglietto, Emily decide di andarlo a trovare per capire cosa sta accadendo. Trova la collaborazione di Amber, l’unico compagno di classe che la comprende.
Anche a prescindere dai numerosi riconoscimenti e nomination in festival internazionali, il film di Simon Fitzmaurice ha il pregio di saper cogliere il coacervo di pulsioni che scuotono gli adolescenti e di saperli portare sullo schermo cogliendoli nell’intimo senza preoccuparsi di chi cerca la verosimiglianza a tutti costi.
Sarà forse perché ha cinque figli e conosce quindi la materia dal vivo ma sin dall’incipit, da quella frase scritta su un foglietto che ha dato il via al film (“La vita scorre velocemente, come le montagne sullo sfondo e un giorno ti svegli…”), si diverte a prendere lo spettatore di sorpresa. Come fanno le montagne a scorrere? Scorrono quando ci muoviamo velocemente (i Lumière lo compresero subito e diedero al loro cinema quel movimento che gli mancava collocando la loro macchina da presa su treni e imbarcazioni) per dimenticare che la meta finale della vita è quella che Robert non manca mai di porre in evidenza nei suoi corsi: la morte.

 

Il senso della perdita attraversa tutto il film così come la sensazione di avere qualcosa ‘che non va’, come si sente frequentemente ripetere Emily. È ciò che tanti adolescenti provano e che cercano di esorcizzare nei modi più diversi. Ad esempio sognando che il più bello (o la più bella della classe) condivida questa loro sensazione di inadeguatezza e li affianchi. Fitzmaurice fa diventare questo desiderio realtà e fa sì che la voiceover della protagonista trovi in quella di Amber una possibilità per uscire dalla gabbia del pensiero ed aprirsi al dialogo. Compiendo così il percorso inverso rispetto a quello del padre che aveva finito con il chiudersi nella gabbia di una psicosi molecolar-vegetale. Il rapporto con la figura paterna si presenta come emblematico di una condizione trasversale: sia Emily che Amber non hanno situazioni facili in materia e Fitzmaurice sembra voler sottolineare, forse perché l’ha vissuta, la difficoltà per il maschio di fare i conti con la genitorialità: c’è chi riesce, anche se a fatica, a farli quadrare e chi li risolve con ordini e sberle. Ci sono poi le canzoni (forse troppe) che meritano la sottotitolazione, perché ognuna di esse definisce uno stato d’animo dei personaggi, a completare il quadro di un film che sa come farsi apprezzare da chi ha l’età dei protagonisti e che agli adulti chiede di saper sperare (una volta tanto e nonostante tutto) in un possibile happy end.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

Emily è una ragazza che viene affidata a una famiglia adottiva dopo la morte della madre e il crollo mentale del padre. Ogni anno riceve lettere da lui, dal manicomio nel quale è internato. Quando, per la prima volta, nel giorno del suo sedicesimo compleanno non riceve nessun biglietto d’auguri dal padre, sospetta che qualcosa non va ed inizia così un viaggio per andarlo a trovare di persona. Emily è diversa dalle altre, in cerca di un padre smarrito, in cerca di se stessa, in cerca della vita. Il film si apre con una sequenza sott’acqua, elemento ricorrente per tutta la durata della visione. L’acqua, da dove un essere umano nasce, da dove Emily inizia a raccontare la sua grande avventura nel mondo.

 

L‘opera di Simon Fitzmaurice è un inno indipendente alla vita, una celebrazione delle diversità che alimentano la scintilla che crea la peculiarità. Emily è peculiare, ragazza solitaria, immersa nel suo mondo, nella sua acqua. Alla base della pellicola c’è un viaggio on the road alla ricerca di se stessi, alla scoperta della natura e delle situazioni che possono cambiare e lasciare in segno in qualcuno. La bionda ragazza protagonista della storia, interpretata da una brava e credibile Evanna Lynch, nel percorso che la porta al padre ‘scopre’ il mare, la spiaggia, la tenda da campeggio, il pericolo, le stelle. Cose che, dopo il trauma causato dalla scomparsa della madre, aveva rimosso per far spazio ad un’ombra interna, ad una corazza dalla quotidianità costruita per la mancanza di punti di riferimento. Ed è anche in semplici gesti come un saluto da parte di uno strambo compagno di classe, o di un ricordo attraverso il riflesso di uno specchio o un tuffo negli abissi che Emily riesce a vivere nei ricordi e a sentire i suoi genitori vicini. Ciò che sorprende della piccola ed indipendente prova del regista Simon Fitzmaurice è la naturalezza con la quale il racconto si sviluppa, tra primi piani intensi e campi lunghi suggestivi, rendendo il tutto credibile e mai surreale o posticcio. Se My Name is Emily si concede a volte discorsi fin troppo filosofici e costruiti, d’altro canto li contestualizza evocando nello spettatore emozioni plausibili ed empatiche che permettono di sognare ad occhi aperti e magari rivivere il proprio passato e rendersi conto che, in fondo, siamo tutti un po’ Emily.

Gianmarco Bonelli – sentieriselvaggi.it

una distribuzione 

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