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Parliamo delle mie donne

Claude Lelouch

Jacques, fotografo di guerra di fama internazionale e padre assente, trascorre più tempo a prendersi cura della sua fotocamera che delle sue quattro figlie Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Trasferitosi da Parigi a Praz-sur-Arly, un paesino ai piedi del Monte Bianco, vuole trascorrere un felice riposo dal lavoro in una splendida baita nelle Alpi con la sua nuova compagna Nathalie. Jacques, però, sente di essere arrivato a un momento dove, per essere realmente appagato, ha bisogno di riconciliarsi con la sua famiglia e le sue quattro figlie, avute da donne differenti. Compito arduo, perché lui ha sempre preferito il lavoro agli affetti familiari. Così, il suo migliore amico Frédéric, spinto da una profonda e irrazionale amicizia, tenterà di farlo riconciliare con la famiglia attraverso una messinscena. Un’oscura menzogna che sconvolgerà la sua vita e quella delle persone intorno a lui, in quei giorni di apparente e festosa tranquillità. Cinema romantico (e semiatobiografico) a più voci, più lezioso che cinico, ma sempre di accattivante eleganza.

 

Salaud, on t’aime
Francia 2014 – 1h 32’

Con Parliamo delle mie donne (…), i film diretti da Claude Lelouch toccano quota quarantaquattro. Dai tempi di Un uomo, una donna – e si parla di mezzo secolo fa – la formula non è cambiata: la vita, l’amore, la morte, l’amicizia e la famiglia con gran spolvero di sentenze e di luoghi comuni; qui rinforzati da immagini della natura e di animali, tra cui un onnipresente aquilotto. Se i personaggi passano a tavola metà del film, Hallyday, Bonnaire e Mitchell sono commensali che non spiace affatto ritrovare.

Roberto Nepoti – La Repubblica

   

Basta una sequenza di Parliamo delle mie donne (…) per farci amare teneramente il regista che a ottant’anni suonati continua pervicacemente a rifare il cinema che abbiamo a suo tempo odiato. Giustamente, peraltro, perché la generazione di critici e cinéfili forgiata dal fatale Sessantotto, doveva giocoforza liberarsi dal sentimentalismo kitsch e la poetica da fotoromanzo elevati dall’autore di «Un uomo, una donna» a cifra inconfondibile di una lunga e fortunata carriera. Oggi, però, quando l’arte chiave del Novecento ha dilapidato quasi tutto il suo patrimonio sociale e culturale, diventa impossibile e anche sbagliato non concedere l’onore delle armi (e del prezzo del biglietto) al favoloso mondo di Claude. Un presepe smaccato e irresistibile che fa dei contenuti spiccioli una sorta di poema, dei miraggi piccolo borghesi un trattato filosofico e del senso di convivialità familiare un brand francese indifferente al cambio delle mode.

Valerio Caprara – Il Mattino

 

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