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Personal Shopper

Olivier Assayas


Maureen è una ragazza americana che lavora a Parigi come “personal shopper”, ovvero sceglie i vestiti giusti e con un budget stratosferico a disposizione per Kyra, una star molto esigente. Ma Maureen ha anche la particolare capacità di comunicare con gli spiriti, dono che condivideva con il fratello gemello Lewis, da poco scomparso. Mentre è in cerca di un contatto con l’aldilà per poter salutare definitivamente Lewis e riappacificarsi con la sua perdita, Maureen inizierà a ricevere ambigui messaggi inviati da un mittente sconosciuto. Entrerà così in contatto con una presenza spettrale, ma non è sicura che si tratti di Lewis. La trama può ricordare quella del giallo paranormale all’italiana anni 70, con quei copioni inverosimili, ma la regia è d’autore, controllata, precisa. In Personal Shopper tutti si parlano in assenza (Skype!) e le immagini si moltiplicano sui cellulari. C’è forse un parallelismo tra i fantasmi e il mondo della comunicazione?

 

Francia 2016 – 1h 45′

…Personal Shopper‘ è un film sorprendente anche nei suoi tentennamenti, nelle parti meno riuscite, in quegli inciampi narrativi o negli eccessi di genere in cui ritroviamo l’universo poetico del regista francese, accordati magari in modo meno compatto che altrove (penso a L’Heure d’etè) ma con lo stesso pudore, delicatezza, grazia visuale e soprattutto amore profondo per il cinema. (…) Assayas non propone risposte, le sue sono intuizioni, pensieri che proietta nella materia mobile e impalpabile delle immagini. Che cercano qualcosa di universale e nell’esperienza di ciascuno sempre nuovo, che permettono di inventare il mondo o almeno di illuminane le zone sensibili, quelle che sfuggono alle linee nette della realtà. (…) Certo, i mondi di Assayas non sono chiusi, non fabbricano certezze sfoggiando regie virtuose e istantanee del presente (…). Al contrario la potenza della sua messinscena è fatta di discrezione e morbidezza, epifanie improvvise come le apparizioni degli spettri che compongono un romanzo dell’umano. Maureen, la «personal shopper» più malvestita che si possa immaginare, con la sua andatura goffa, vagamente butch, che non osa provare gli abiti di lusso della sua capa – le è vietato – sa trovare sempre il dettaglio giusto: accessori, scarpe, ma su di lei quel vestito luccicante lo sente fuori posto quando lo indossa assecondando un gioco crudele.

 

La sua solitudine silenziosa, immersa in spettri veri o presunti – più Kurosawa Kyoshi che i Ghostbuster – racconta con raggelata precisione lo stato d’animo del presente. Un sentimento dell’al di qua che sembra avere cancellato il corpo nell’immateriale tecnologico e nelle sue attrazioni, il sesso come gesto solitario: troppa realtà che nega persino la sua l’astrazione. Assayas però non è un moralista, la sua trama del presente affiora sempre da un gesto segreto, in quel dolore universale che cola lieve negli istanti di un tempo che è quello del cinema…

Cristina Piccino – Il Manifesto

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