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Ritratto di famiglia con tempesta

Hirokazu Kore-Eda

Il premiato autore Ryota, si crogiola nei fasti del proprio passato di successo sprecando il denaro guadagnato, riuscendo a malapena a mantenere suo figlio. Dopo la morte di suo padre, la madre anziana e la bella ex moglie sembrano essere riuscite ad andare avanti con la propria vita. Ryota decide di riallacciare i rapporti con la famiglia, diffidente all’inizio, cercando di riprendere in mano le fila della propria esistenza ma soprattutto di dare una sicurezza al futuro di suo figlio. Poi, in una notte di tempesta, a tutti loro verrà data l’opportunità di riallacciare un nuovo, sincero legame.  Una delicatissima coreografia di personaggi, dialoghi e sentimenti: dall’amarezza dei rimpianti sboccia il senso di una realtà nuova (di affetti e identità) più profonda. Magistrali la scelta dei piani, il procedere quasi circolare, le singole personalità, gli attori, i ‘luoghi’ del quotidiano. C’è l’eredità di Ozu!

 

Umi yori mo mada fukaku
Giappone 2016 – 1h 57’

Antica quanto la settima arte, negli ultimi anni la cinematografia giapponese non ha espresso personalità a livello del suo glorioso passato. Tra le più interessanti c’è quella di Hirokazu Kore-Eda, autore a pieno titolo dalla poetica ben riconoscibile: centrata, soprattutto nelle ultime opere (Father and Son, Little Sister), sulla famiglia, il rapporto tra presente e passato, i sentimenti individuali nel piano tematico, la sobrietà di regia in quello formale. Frequentatore abituale di Cannes, l’anno scorso il cineasta nipponico aveva portato questo Ritratto di famiglia con tempesta (…).

 

L’ultima parte del film, che si svolge all’interno della casa, è una seduta a porte chiuse condotta con un senso dell’intimità – e insieme del pudore- visto di rado nel cinema più recente. Ne era maestro il grande Yasujiro Ozu: inarrivabile, certo, ma del quale Kore-Eda è un po’ il discepolo inconfessato. Simile la capacità di rendere significanti i gesti di ogni giorno, di suggerire le tempeste interiori senza ricorrere a sovrattoni, di caricare simbolicamente gli oggetti più banali (qui i biglietti della lotteria che il ragazzino, ben più ‘adulto’ del padre, vorrebbe vincere per riunire i genitori ). Ma la sottigliezza del regista si apprezza in particolare nel modo in cui ci spinge a percepire i suoi personaggi. Quello del protagonista, soprattutto. Inaffidabile, geloso, bugiardo e non troppo onesto, Ryota avrebbe tutto per risultarci antipatico; e invece, nella sua immaturità puerile, ma unita a un sincero desiderio di riscatto, finisce poco a poco per aggiudicarsi la nostra solidarietà.

Roberto Nepoti – La Repubblica

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