The Square

Ruben Östlund

Christian è il curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma, nonché padre amorevole di due bambine. Nel museo c’è grande fermento per il debutto di un’installazione chiamata “The Square”, che invita all’altruismo e alla condivisione, ma quando gli viene rubato il cellulare per strada, Christian reagisce in modo scomposto, innescando una serie di eventi che precipitano la sua vita rispettabile nel caos più completo. Inquadratura dopo inquadratura, situazione paradossale dopo situazione paradossale la regia di Östlund sgretola a colpi d’ironia e assurdo tutte le sovrastrutture sociali, mettendone a nudo l’inadeguatezza e il ridicolo e spiazzando provocatoriamente lo spettatore.

Svezia/Ger/Fra/Dan 2017 –  2h 22′
PALMA D’ORO A CANNES 70°

CANNES – The Square, l’opera d’arte contemporanea che dà il titolo al film di Ruben Östlund premiato con la Palma d’oro, è un quadrato di marmo bianco 4×4 che, installato davanti al museo, starà a significare uno spazio pubblico ideale, dove chiunque entrando può trovare rifugio, sicuro che almeno lì vige l’aurea regola del rispetto, dell’accoglienza e dell’aiuto reciproco. È evidentemente anche una metafora della Svezia, struttura sociale idilliaca vista dal di fuori, e ciononostante anch’essa non priva di crepe e di contraddizioni.
È così sono due i temi che si intrecciano (con risultati quasi sempre felici e talvolta esilaranti) nel corso del film: il rapporto del paese con l’altro, col diverso, e il mondo dell’arte ai giorni nostri. L’affascinante Christian (Claes Bang), curatore del museo dove The Square sarà istallata, padre separato ma attento e partecipe dell’educazione dei figli, è la quintessenza della “political correctness”; colto, aperto a tutte le tendenze dell’arte, è convinto che questa debba assolvere un ruolo educativo e sociale pur senza trascurare, da bravo manager, le esigenze del mercato e dei ricchi benefattori da cui dipende. Ma, come già nel precedente film di Ostlund, Force Maieur, è un episodio assolutamente imprevedibile e relativamente banale (il furto di orologio e cellulare nel corso di una ben orchestrata messinscena di un gruppo di zingari) a scatenare una serie di reazioni che metteranno in luce la pochezza dell’uomo e dell’ambiente che rappresenta. Sì perché, offeso nel profondo del suo egocentrismo, Christian non trova di meglio che, individuati i suoi averi via GPS in uno stabile di periferia abitato da ogni sorta di extracomunitari, scrivere una lettera minatoria e distribuirla, (col l’aiuto del suo braccio destro, di colore of corse) a tutti gli inquilini del palazzo, dando la stura ed una serie di equivoci, pseudo ricatti, ipocrisie varie.

Nel frattempo, e in parallelo, il personaggio interpretato da Bang è anche, nelle mani del regista, lo strumento per una riuscitissima, feroce satira dell’ambiente dell’arte contemporanea, a cominciare dalla sua natura-necessità di business sfacciato. Si comincia coi due PR che espongono al consiglio direttivo del museo il piano di “lancio” dell’installazione come se fosse un qualsiasi prodotto commerciale (“bisogna creare lo scandalo”) non esitando a sfruttare l’immagine di una bambina siriana avvolta di stracci piazzata nel bel mezzo del manufatto. Si continua coi vuoti discorsi di presentazione delle mostre, con la “riparazione” tramite scopa e paletta di una istallazione, una serie di mucchietti di cenere distrutti da un maldestro operaio. Ma il culmine è il banchetto in onore dei soci e sostenitori del museo con diritto alla performance dell’uomo-scimmia (Terry Notary). E però qui, significativamente, la cosa sfuggirà dalle mani dei suoi creatori…
Il tutto intriso di dialoghi surreali, degni a volte del miglior Tarantino, per due ore e un quarto di puro divertimento: valga per tutti l’episodio dell’avventura erotica con la giovane giornalista americana (Elizabeth Moss) sua fan la quale, oltre a dividere l’appartamento con un vero gorilla (ovviamente con tendenze artistiche) alla fine ingaggia una furibonda lotta con Christian per il possesso finale del preservativo!
Non sono mancate le critiche; venendo meno alla lucida focata analisi della sua opera precedente, dove una situazione di estremo pericolo rivelava le contraddizioni e le viltà all’interno di una famiglia svedese in vacanza sulle Alpi, qui l’andamento è molto più ondivago: si è parlato di mera serie di cammei, di facile moralismo, di eccessi, addirittura di ‘farsa’! Non siamo d’accordo. Certo The Square risulta eccessivamente lungo, si perde un po’ nel finale, tanto che si è avanzata l’ipotesi che quella presentata a Cannes non sarà l’edizione definitiva. Ciò nonostante rimane un film assolutamente geniale, unico, di cui sentiremo a lungo parlare.

Giovanni Martini – MCmagazine 43

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