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Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta

Morgan Neville

Il potere universale della musica: un percorso che unisce i popoli oltre i limiti geografici, una strada che collega tutti i Paesi del Mondo, come una moderna Via della Seta. Il Silk Road Ensamble, il gruppo di musicisti e artisti fondato dal leggendario violoncellista Yo-Yo Ma, nasce proprio per esplorare questo potere che travalica ogni confine. Il regista premio Oscar Morgan Neville segue i pellegrinaggi di alcuni di questi artisti dando vita a un’intensa cronaca personale di talento e passione. Per dipingere il ritratto vivido di un esperimento musicale coraggioso e rivoluzionario, alla ricerca degli indissolubili legami che uniscono l’umanità intera. E che rendono evidente la futilità delle convenzioni che la vorrebbero divisa. Un saggio umanista sull’importanza di preservare musica, lingua, cultura, per scambiarle e continuamente arricchirle nell’incontro con l’Altro. Non c’è limite, e confine, quando a suonare è l’anima!

 


The Music of Strangers: Yo-Yo Ma and the Silk Road Ensemble

USA 2015 – 96′

La prima volta nel 2000 a Lennox, Massachusetts: cinquanta musicisti provenienti dalle terre che formavano la Via della Seta si riuniscono sotto la guida del celebre violoncellista sino-americano Yo-Yo Ma, e – complici i lunghi studi di musicologhi, etnografi e antropologi – rispolverano le tradizioni musicali attraversate dall’antica rotta commerciale. (…) la (…) Silk Road Ensemble (…) fa di musica connessione, di memoria futuro, di accordi speranza. La trasposizione cinematografica è affidata a uno bravo, il documentarista premio Oscar (…) Morgan Neville, l’ascolto – e la visione – divengono un fatto etico: ‘Yo-Yo maiora canamus’.

Federico Pontiggia – Il Fatto Quotidiano

 

Padre cinese musicologo e violinista, madre cantante lirica di Hong Kong, nato a Parigi nel 1955 e cresciuto a New York, il celebre violoncellista Yo-Yo Ma conosce bene, anche se non direttamente, l’oppressione dei regimi rispetto alla libera espressione artistica. Come anche diversi componenti del Silk Road Ensemble, collettivo internazionale di circa cinquanta musicisti da lui riunito nel 2000. L’ex bambino prodigio, che a 7 anni ha suonato alla Casa Bianca davanti a JFK e Jackie Kennedy, noto per le sue interpretazioni dei classici – da Bach a Beethoven, da Schumann a Dvorak -, ma anche per il suo eclettismo (nella sua discografia sterminata, anche episodiche fughe, come la collaborazione con Bobby McFerrin o l’album di cover di Morricone) è riluttante a restare ingabbiato nel repertorio. Prima ha portato la musica fuori dalle accademie e dagli auditorium, a beneficio di chi più difficilmente ne godrebbe, poi fondato quel progetto (prima fondazione di interscambio culturale, poi ensemble musicale) dietro il quale sta l’idea di ricreare quel tessuto connettivo, ovvero di scambio non solo commerciale ma anche creativo, che caratterizzava la via della seta, antichissimo collegamento tra Cina e Mediterraneo. In poco più di 15 anni la formazione ha realizzato sette album, suonando in trentatrÈ diversi Paesi.
Per rappresentare cinematograficamente questo suo “side project” Ma si affida a Morgan Neville, già produttore di diversi documentari musicali (su Sam Phillips, Brian Wilson, Johnny Cash, Muddy Waters, Pearl Jam) nonché premio Oscar 2014 per il documentario 20 Feet From Stardom (2013, inedito in Italia), sul ruolo di quei cantanti di seconda fila che rispetto ai divi per cui lavorano stanno “a venti passi dalla fama”. Invece di riposare sugli allori di un successo acclarato, Ma desidera uscire dal divismo della classica e interrogarsi sul compito dell’artista, che può andare molto oltre la perfezione dell’esecuzione in sé. Ovvero la ricerca di sé, citando Leonard Bernstein. In una delle prime sequenze lo si vede infatti dietro le quinte di un teatro minimizzare e canzonare l’ampollosa presentazione che precede il suo ingresso. L’incontro tra Ma e Neville dà luogo a un film che programmaticamente e con ogni mezzo, si prefigge di celebrare il potere unificante e universale della musica, la sua straordinaria capacità di connessione tra esseri umani oltre ogni diversità etnica e religiosa (e in questo senso è più fedele il titolo originale, The Music of Strangers). Nel farlo, paradossalmente non si sofferma tanto sul suo protagonista, sugli aspetti della creazione musicale o sulle performance concertistiche, quanto sulle esperienze di quattro di loro: Wu Man, campionessa di liuto cinese, che ricorda i limiti della Rivoluzione culturale e ci fa scoprire l’ultima generazione degli Zhang, suonatori e artisti di teatro di figura; il siriano Kinan Azmeh, clarinettista, che nonostante la devastazione del suo paese vede nella musica un futuro; Cristina Pato, virtuosa della gaita, la cornamusa galiziana e fiera conservatrice delle isolate tradizioni locali; l’esiliato Kayan Kalhor, maestro di kamancheh, antico strumento a corde iraniano, sopravvissuto a traversie causate da repressioni e conflitti. Tra le loro testimonianze (curioso che tutti gli altri musicisti ed intervistati non siano citati nei credits) passano in rapida successione immagini naturali e paesaggistiche, anche vere e proprie esplosioni cromatiche, a tratti estetizzanti, con il preciso compito di interrompere con una prorompente bellezza racconti individuali spesso drammatici. Produttivamente complesso – tantissime le location, da Istanbul a Boston, da Teheran alla Spagna, anche difficili, come il capo profughi siriano o la Cina, il film restituisce un’idea liquida di “casa”, che si sovrappone in ultima analisi con il mondo intero, e con il Silk Road Ensemble, che ne è una versione in miniatura.
Piuttosto che documentario strettamente musicale, il film è saggio umanista sull’importanza di preservare musica, lingua, cultura, per scambiarle e continuamente arricchirle nell’incontro con l’Altro: un inno alla simpatia, nel senso più originale di condivisione e connessione, di corde che vibrano insieme, di atto politico e gioioso di contrasto a qualsiasi tentativo di divisione. Un film teso a tal punto all’utopia che, per l’intensità con cui la (di)mostra, in chiusura quasi rischia l’enfasi. La portata dell’esperienza resta trascinante, come la musica meticcia del Silk Road Ensemble, e i movimenti di macchina volanti nella prima performance en plein air, così come nelle altre, danno l’illusione che un altro mondo sia veramente possibile.

Raffaella Giancristofaro – mymovies.it

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