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A Ciambra


Il 14enne Pio vive nella Ciambra, la comunità rom stanziale di Gioia Tauro in Calabria, e vuole crescere in fretta. Come il suo fratello maggiore Cosimo, Pio beve, fuma e impara l’arte di truffatore di strada. Così, quando Cosimo non sarà più in grado di badare alla famiglia, Pio dovrà prendere il suo posto. Questo ruolo, così grande per lui, lo metterà di fronte a una scelta impossibile… Tra finzione e documentario, il film osserva, accompagna, ascolta. Si immerge, affianca e non giudica mettendo sullo schermo, e nel cuore, un personaggio che non si fa dimenticare. Carpignano sa come cogliere la vita e come farne film.

 

 



Italia/Francia/Germania/USA 2017 – 1h 57′

È il caso di Cannes 2017 alla Quinzaine des Realisateurs. L’ha diretto un italiano: Jonas Carpignano, simpatico, giramondo, non integrato nel nostro cinema. Per fortuna. (…) Carpignano sa come cogliere la vita e come farne film. Quando si parla di cinema del reale si dovrebbe intendere questa cosa qui, che non ha le stimmate del documentario, ma ha tutta la realtà, la verità e la vita del caso: A Ciambra è, e crediamo rimarrà a lungo, la meglio cosa vista sulla Croisette. E, ovvio, della nostra produzione ultima scorsa. Non c’è sceneggiatura a tavolino, bensì prima un ambiente umano frequentato e vissuto, battute annotate, incontri e amicizie messi davanti alla macchina da presa e zero infingimenti: una piccola comunità rom stanziale a Gioia Tauro, un quasi quattordicenne, Pio Amato, e la sua formazione senza ‘romanzo di’.

Federico Pontiggia – Il Fatto Quotidiano

A Ciambra è il nuovo film di Jonas Carpignano, un romanzo di formazione come lo era in qualche modo il precedente (…) Mediterranea (…). Quello che interessa Carpignano è piuttosto il racconto della contemporaneità «liquida» con cui le sue immagini cercano di dialogare opponendosi alle iconografie di una rappresentazione che, appunto, ha bisogno di eroi «buoni» e di «cattivi» che rispondano a certe aspettative. La sua materia sono i luoghi, il Sud già laboratorio delle contraddizioni, e il possibile o impossibile incontro tra chi ne è parte, le comunità come in questo caso degli africani e dei rom che non si amano, che mantengono le distanze, che esprimono il conflitto. (…) la macchina da presa di Carpignano (…) anche nelle impennate imperfette, sa cogliere il dettaglio importante, l’energia dei gesti, delle parole (in dialetto strettissimo) di una messinscena del quotidiano. E soprattutto sa narrare sullo schermo mondi ai margini, di cui tutti parlano ma che difficilmente vengono raccontati al di fuori di moralismi ipocriti e pregiudizi.

Cristina Piccino/Giovanna Branca – Il Manifesto

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