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L’atelier

Laurent Cantet

La Ciotat, estate 2016. Antoine ha deciso di frequentare un laboratorio di scrittura per giovani aspiranti scrittori, finalizzato a scrivere un romanzo noir con l’aiuto di Olivia, una celebre romanziera. Il lavoro di scrittura è più che altro teso a far riemergere il passato operaio della città e del cantiere navale chiuso da 25 anni, una nostalgia che ad Antoine non interessa più di tanto. Più attratto dall’ansia del mondo moderno, Antoine si metterà rapidamente in opposizione al resto del gruppo e a Olivia, che dalla violenza del giovane si sente allarmata e allo stesso tempo sedotta.
Un film che, attraverso il microcosmo del corso, compone il ritratto di un paese diviso da tensioni e rancori. Con una seconda parte che si concentra sull’insegnante e Antonie, in una miscela esplosiva di desideri e repulsioni.

 

Francia 2017 – 1h 54′

Amante, studioso, paladino di crisi adolescenziali, Laurent Cantet (Palma d’oro a Cannes 2008 con La classe), col suo sceneggiatore Robin Campillo torna al rapporto dialettico tra ragazzi e docenti, parola e azione, immaginazione e vita. Lo fa riducendo il gruppo a un workshop estivo di scrittura di sette giovani di varie etnie che, a La Ciotat, sud francese, prendono lezioni da una giallista alla moda. Epicentro di varie pulsioni è da subito Antoine, guerriero virtuale di videogiochi, indifferente (in senso moraviano), apolitico (ma con parenti a destra), gourmet di una solitudine che viene da lontano, dettata da totale mancanza di valori. Un mini Straniero alla Camus, anche se forse non l’ha mai letto, ma tenterà la stessa strada irretendo, complice l’attrazione sessuale, l’insegnante radical chic parigina. Finirà per sparare alla luna come un tardo romantico in crisi di astinenza di Assoluto, solo sotto le stelle.
Tutto molto attuale, incluse pedanterie e svincoli narrativi sbrigativi specie nel personaggio della «prof» (Marina Fois), mentre gli sguardi dolorosi di Matthieu Lucci promuovono un giovane ma sicuro talento. Il fallimento generazionale della trasmissione di valori, è il dato di partenza, così lo studio da entomologo nelle dinamiche collettive (vedi Foxfire). La noia della provincia, il nichilismo anticipatore di guai, fanno il resto: Cantet crede nell’urgenza social-globale del problema, e trasmette con passione il suo angoscioso messaggio..

Maurizio Porro – Il Corriere della sera

La Ciotat, nel Sud della Francia. Antoine partecipa a un workshop estivo in cui un gruppo di giovani selezionati lavora alla scrittura di un soggetto di un romanzo thriller con l’assistenza di Olivia, un’importante scrittrice. Il processo creativo cerca di fare riferimento anche al passato industriale della città ma questo si rivela un argomento molto distante dagli interessi di Antoine il quale in breve tempo manifesta le proprie tensioni non nascondendo più le sue idee razziste. L’idea del film risale al 1999 e a un workshop di scrittura al cui montaggio video aveva lavorato il co-sceneggiatore di Cantet e che vedeva coinvolta una scrittrice inglese con un gruppo di giovani de La Ciotat che avevano come unico vincolo quello di ambientare l’azione nella città portuale. Cantet lo sfrutta per proporre una lettura della condizione giovanile in un contesto che è diverso da quello, in qualche misura cogente, che aveva caratterizzato La classe. Qui il gruppo riunito intorno ad Olivia ha deliberatamente scelto di misurarsi con la scrittura e con la storia e il vissuto sociale di una città che nella seconda metà degli anni Settanta ha visto mutare la propria vita passando da cantiere navale a sito di manutenzione di yacht con le conseguenti perdite di lavoro. Siamo quindi dinanzi a una perfetta cartina al tornasole per comprendere quanto il passato (anche quello relativamente recente) abbia ancora un senso per i giovani in un film che si apre con le immagini di un videogioco di azione fantasy. Antoine ne rappresenta un ampio campione, con le sue ritrosie, con la sua fragilità e con la permeabilità a slogan razzisti. Alessandro Baricco sostiene che per gettare ponti tra le persone è necessario (anche se potrebbe apparire contraddittorio a una prima lettura) che queste abbiano costruito dei muri, abbiano cioè un patrimonio identitario e culturale in cui riconoscersi. È esattamente ciò che manca ad Antoine e a molti suoi coetanei che finiscono così per abbracciare le convinzioni di chi sembra loro offrire l’identità che loro non hanno mentre invece li riempiono di slogan tesi non a costruirne una ma solo e brutalmente ad identificare un nemico.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

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