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Orrori
e dolcezza della casa paterna
La
ricerca di una memoria storica, individuale e collettiva, si fonde, in
Heimat,
all'alta consapevolezza circa le soluzioni espressive adottate.
Edgar Reitz è riuscito
così a tenere sotto controllo quasi 16 ore di narrazione (ricavate da un totale
di materiale girato pari a più di dieci volte tanto) comunicando con grande
abilità compositiva tutta la sua partecipazione emotiva personale alle vicende
messe in scena [...]
Heimat,
che significa «luogo natale e di residenza, paese d'origine e casa patema» si
svolge nella regione dell'Hunsrück (sud ovest della Germania), terra natale di
Reitz, in un villaggio immaginario di nome Schabbach. Dalla fine della Grande
Guerra ai giorni nostri ci viene raccontata la storia familiare di tre nuclei (i
Simon, i Wiegand, i Glasich) e della comunità intera di contadini, attraverso le
cui gesta anonime è la storia tedesca contemporanea che si rivela e prende
corpo. È la possibilità della composizione di una sorta di epica del quotidiano
ad affascinare Reitz, il quale vuole, attraverso questo grande affresco,
restituire tutta la dignità che compete a quella dimensione privata dell'«essere
tedesco», sempre sacrificata ed annullata a fronte dell'immagine pubblica
riconosciuta alla Germania e alla sua gente [...] Schabbach è un villaggio
inesistente, immaginario, e dunque marcato nel suo statuto pienamente simbolico,
così come lo sono i personaggi che si diversificano, nascono, crescono, muoiono
nel corso della storia. Schabbach è dunque la Germania, in una voluta e fertile
coincidenza tra l'immagine di quest'ultima e il recupero di un'«anima» tedesca
tutta da riscoprire nelle sue regioni rurali più profonde.
Reitz è riuscito a lavorare dall'interno le situazioni e i personaggi fino ad
assimilare la perentorietà del simbolico nell'adeguamento minuzioso e
«realistico» alla vita anonima e riservata di un qualsiasi villaggio contadino.
Il sentimento prezioso del vissuto che ci rende familiari ed emotivamente vicini
tutti i personaggi, è stato raggiunto anche grazie alla
permanenza nella regione delle riprese per lungo tempo (la lavorazione del film,
dalla stesura del soggetto all'edizione definitiva, ha richiesto 5 anni e 4 mesi
di lavoro; le riprese sono durate dal maggio '81 al novembre '82),
all'utilizzazione di attori professionisti unitamente agli abitanti dei luoghi,
dunque ad un profondo senso di armonia raggiunto tra l'intera troupe e
l'ambiente circostante (geografico, etnico, culturale). La «semplicità
affascinante del risultato è, come sempre, in questi casi, il frutto di una
complessa combinazione di elementi, che Reitz ha saputo padroneggiare con rigore
compositivo esemplare .
Di tutto il materiale girato, solo poco più della metà è a colori; il film
esibisce per tutta la prima parte (fino al termine della seconda guerra
mondiale) una netta preponderanza del bianco e nero, in cui irrompono singole
inquadrature o brevi scene a colori. Questi sprazzi cromatici possono, di volta
in volta, avere ruolo d'interpunzione tra singoli episodi, o rispecchiare un
piacere pittorico per improvvise aperture esteticamente preziose [...] Nella
seconda parte il colore è sempre più presente (proprio come nei medesimi anni
accadeva nella storia del cinema), fino ad imporsi completamente; è ora il
bianco e il nero a rivestire la magia dei ricordi o ad impreziosire situazioni
particolari. Reitz usa il colore e il bianco e nero alla luce di una
consapevolezza acquisita ed elaborata attraverso la riflessione e le esperienze
condotte dal cinema degli ultimi anni, in Europa ma anche in America.
Una nota, infine, riguardante Hermann, ultimo figlio di Maria Simon; vale a dire
sulla figura dell'artista che prende coscienza della propria diversità e si
allontana irrimediabilmente dall'originario nucleo d'appartenenza. Il suo
ritorno, in occasione del concerto registrato nella profondità della miniera, è
metafora di una discesa alle radici nascoste di quell'«anima tedesca» certamente
mai rinnegata, anzi rimasta quale componente del suo lavoro artistico, nel corso
del tempo e a contatto con culture ed esperienze sempre più distanti, sia
geograficamente che storicamente.
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