da La Repubblica (Roberto Nepoti)
Supercandidato
agli Oscar, un dramma ispirato a fatti reali che racconta quarantasette anni
della vita di John Forbes Nash jr., matematico di genio insignito del Nobel.
Tra l'ingresso di John all'università di Princeton (1947) e la consegna del
premio (1994), A
beautiful mind
racconta le gioie e i dolori di un uomo eccentrico, anticonformista, irriducibile
a un concetto di "umanità" intesa come mera omologazione. Studiando
le reazioni ormonali dei suoi compagni alla vista di una bella bionda, Nash
formula una teoria che analizza i principi matematici della competizione, influenzando
profondamente l'economia degli anni 50. Poi s'innamora di Alicia (Jennifer Connolly),
bella e dotata studentessa di fisica, e la sposa. Ma siamo in piena guerra fredda
e il brillante matematico è implicato in un affare di spionaggio. Nash vede
pericoli ovunque, ma nessuno gli crede: la diagnosi è schizofrenia paranoide.
La buona idea del film consiste nell'installare il dubbio nella mente dello
spettatore, che resta incerto tra una versione soggettiva e una oggettiva dei
fatti. Peccato che il bel gioco duri poco; perché Ron
Howard
, preoccupato di rendere il senso degli avvenimenti accessibile a
tutti, banalizza i dubbi chiarendo che si tratta di ossessioni del protagonista.
Va bene risparmiare al pubblico dei non-iniziati le complesse teorie matematiche;
meno bene trattarlo come una massa di scolaretti, spiegandogli ogni cosa puntigliosamente
e concludendo con una tirata benpensante sui miracoli dell'amore coniugale.
Così, se la prima parte è coinvolgente e appassiona, la seconda diventa didascalica
e un po' noiosa. Privato delle seduzioni dell'ambiguità (vedi anche la scelta
di tacerne l'omosessualità), Nash finisce per somigliare a una forma evoluta
del matto che si prende per Napoleone. Fortuna che c'è Russell Crowe a suggerirne
la complessità offrendogli un paradigma di gesti al confine con orgoglio e vulnerabilità,
goffaggine e genio, ambizione e incapacità di trovare un proprio posto nel mondo.
È tanto bravo, Crowe, da non risultare mai ridicolo; neppure alla fine, quando
ritira il Nobel truccato in modo da somigliare al vecchio Henry Fonda. E il
suo "carattere" di antie-eroe è di quelli per cui i giurati dell'Oscar
stravedono.
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cinélite
TORRESINO
all'aperto:
giugno-agosto 2002