American Anarchist
Charlie Siskel - USA 2016 - 1h 20’

VENEZIA 7 FUORI CONCORSO



  Ci sono film da vedere al di là del fatto che non torni la somma dei singoli addendi che li compongono. American Anarchist di Charlie Siskel, ad esempio, è un documentario che, anche se di durata esigua (appena 80 minuti) va incontro a ridondanze di ogni tipo. Nonostante l’insistenza dell’autore/intervistatore e nonostante la matrice giornalistica, più che cinematografica, delle questioni che pone, si colloca lontano da una certa tradizione del documentario americano alla Michael Moore. Siskel non appare mai in video, ma la sua presenza, ed il suo giudizio, sono ben presenti lungo tutta la durata di questo film.
Il regista racconta con efficacia una storia dagli esiti impietosi, quella di un uomo schiacciato per tutta la vita da una serie di gesti compiuti in gioventù. Ancor meglio, Siskel ci racconta qualcosa di ancor più interessante: come un uomo possa venire schiacciato da un libro. William Powell, il protagonista, sembra solo un maturo signore di mezza età come tanti, forse più mansueto della media. Eppure nel 1971, quando aveva solo 19 anni, in piena contestazione, Powell si è recato in una biblioteca ed ha consultato una serie di tomi dell’esercito accessibili a chiunque semplicemente lo richiedesse , ricopiandone, catalogandone ed assemblandone una lunga serie di informazioni. Il risultato di questo lavoro è un libro chiamato The Anarchist Cookbook per il quale si parla di una diffusione di milioni di esemplari, fra ufficiali e pirata. L’argomento del volume? Come fabbricarsi esplosivi di tutti i generi con elementi che è possibile trovarsi in casa, o procurarsi al supermercato o da un ferramenta.
E così, per un ragazzino di 19 anni , la vita cambia poco a poco cambia senza ritorno. Perché Powell condisce un libro di esecrabili ricette mortali (acquistabile tutt’ora su Amazon) con dichiarazioni anarchiche, spesso folli, e violente, tutte messe nero su bianco con lo scopo di invitare ad “un’azione”. Al Powell maturo che vediamo intervistato nel film queste dichiarazioni non interessano più: vengono infatti a stragrande maggioranza rinnegate. Anche perché quelle “ricette” non parlano più solamente ai giovani turchi immersi nel ribollire di una contestazione che non rifuggiva assolutamente la violenza. Purtroppo, quelle pagine foraggiano ancor oggi le fantasie di esaltati, psicotici e psicopatici che compiono gesti distruttivi nei confronti della comunità, e che finiscono per coinvolgere quasi sempre innocenti a cui viene fatto del male senza ragioni. Nelle case dei ragazzini che provocarono la strage di Columbine, o del pazzo James Holmes che uccise gli spettatori di The Dark Knight Rises nel 2012 facendo fuoco con dell’artiglieria pesante, venne ritrovato The Anarchist Cookbook. Un libro che sembra alimentare fantasie deviate solo prospettando la facilità con cui dei mezzi di distruzione possono essere fabbricati.

Siskel oscilla tra l’intervista classica e l’attacco diretto, sovente aggressivo, di William Powell. Le sue domande sono a raffica, spietate, e spesso infieriscono su un personaggio che evidentemente ha pagato la pubblicazione di un libro (che considerava all’epoca una specie di esaltante bravata) per tutto il resto della sua vita, venendo additato dall’opinione pubblica come un fomentatore di crimini anche quando stava cercando di cambiare. Ad emergere sono due dati: uno, più inquietante, è che con la diffusione massiccia di internet, anche a decenni dalla sua pubblicazione The Anarchist Cookbook è diventato ancor più pericoloso: come se ormai il libro, rinnegato dall’autore, vivesse ora una propria vita incontrollabile. L’altro dato è che questa incontrollabilità, dai tratti ai limiti del demoniaco, è cominciata poco dopo la sua stampa, con una vita ufficiosa che va di pari passo con i prestiti, il passaparola, le copie pirata. Si prova una certa pena per il Powell del 2015 (anno in cui è morto, poco prima della presentazione del film a Venezia 73), e ad immaginarselo, poco più che ragazzo, che da alle stampe quelle pagine esaltate e piena di violenza verbale che lo distruggeranno. Siskel, dalla parte delle vittime del libro, dimostra invece un certo disprezzo per quest’uomo: al punto che la violenza sotterranea dei suoi attacchi verbali incalzanti possono arrivare ad urtare anche lo spettatore.
Eppure
American Anarchist, pur con tutti i suoi difetti, è un documento importante, da vedere, e su cui riflettere: perché attesta, fornendo prove inconfutabili, che un libro non è mai solo un libro, e che le informazioni grezze e senza controllo possono devastare senza controllo.

Pietro Liberati - novembre 2016 - pubblicato su MCmagazine 41