Big Fish - Le storie di una vita incredibile
Tim Burton - USA 2003 - 2h


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   La fervida mente di film precedente in archivio Tim Burton film successivo in archivio dev’essere immersa in un immaginario fiabesco che, inevitabilmente (e fortunatamente per noi spettatori), riesce a riflettersi in ogni suo film, tanto da divenirne il principale ed innegabile punto d’attrazione. Big Fish è a tutti gli effetti una fiaba, la fiaba della vita di Edward Bloom.
Non è semplice sfaldare i molteplici caratteri interpretativi e rappresentativi racchiusi nel sintetico – e coerentemente stravagante – titolo, che da solo riunisce ed esalta ogni significato, racchiudendone tutta l’ambiguità propria della vita (e dei racconti) di Ed Bloom. In
Big Fish tutte le proverbiali, folli creazioni di Tim Burton trovano posto, ma acquistano un senso meno fantastico, poiché si integrano in un immaginario realistico e vivibile, in perfetto sincrono con l'inarrestabile fantasia del protagonista. Big Fish è il racconto della vita straordinaria di Edward Bloom, narrata per bocca del figlio esattamente come il padre gliel’ha trasmessa, storia dopo storia. Il vecchio Ed – sarà forse una casualità, ma il nome ritorna costantemente nel cinema di Tim Burton (
Ed Wood, Edward mani di forbice) – si trova vicino alla morte a causa di una malattia inguaribile, ma riesce ugualmente a trasmettere una vitalità impressionante, e a tratti commovente, che costituisce la vera essenza della sua vita, il motivo per cui chiunque lo incontri non può che  affezionarsi alla sua estroversa personalità. Tutti escluso il figlio Will, scappato a fare il giornalista in Francia pur di non  sentire più le petulanti invenzioni del padre, le sue avventure tra mostri, giganti, streghe e città nascoste tra i boschi... La malattia riporta il figlio a casa e quest’occasione sarà il pretesto per ripercorrere, per l’ultima volta, tutti gli episodi che il padre gli ha raccontato e di scoprire che questi non sono poi così distanti dalla realtà. Il film è fluido e scorrevole nella sua linearità densa di sconfinamenti della/nella fantasia che il vecchio Ed (interpretato magnificamente da un istrionico e ispirato Albert Finney) sembra rivivere assieme a noi per la prima volta, una costante immersione nel passato che lo rende eternamente giovane e animato, sincero e appassionante. Veniamo sbalzati dal passato al presente, da una parte all’altra del globo ma senza perderci, senza sentire nessun senso di smarrimento. Tim Burton sa orchestrare con le luci gli spazi e i tempi, abbandona la monotonia uniforme del dark-gothic e compie un passo decisivo verso una maturazione narrativa totale, e per certi versi spiazzante. I momenti della vita del giovane Edwad (Ewan McGregor, perfettamente calato nel personaggio) sono illuminati da una luce intensa e solare, dove predominano i colori sgargianti e scintillanti e un ritmo inquieto, come il susseguirsi frenetico delle vicende; invece  il presente e i momenti di sofferenza, caparbiamente smorzati da un sorriso, sono raffreddati con la luce del quotidiano e hanno il respiro mesto della fine. Solo il figlio (Billy Cudrup), l’unico ad avere rifiutato di credere fino in fondo al padre e, probabilmente, l’unico a non averne mai colto la vera natura, avrà il compito di narrare a sua volta le avventure di Edward Bloom alle generazioni future e regalerà la parata di morte più lieta e allo stesso tempo dolorosa che si possa desiderare – chiaro riferimento alla scena conclusiva di 8 1/2 di Fellini (questi è certo evocato in più occasioni: la presenza del circo e degli elementi surreali non possono che essere un intelligente omaggio, non una semplice citazione...). Del resto tutto è tipicamente nello stile di Burton. Solo lui poteva ricavare e creare certe immagini a partire dal romanzo di Daniel Wallace: l’atmosfera rurale dell’Alabama, l’ironia degli anni cinquanta e sessanta, i mostri del circo (un altro omaggio, questa volta a Browning), la bellezza del sogno. Non si dimenticano facilmente la piccola città dispersa nel bosco dove si cammina scalzi sopra una soffice distesa di erba (quasi un/il Paradiso), il gigante Karl, il direttore del circo (Danny de Vito), la strega con l’occhio di vetro (Helena Bonham Carter) che mostra la propria morte, le gemelle siamesi vietnamite, il poeta in crisi d’ispirazione (Steve Buscemi), poi rapinatore e quindi agente di Wall Street.
Si toglie il gusto dell’autocitazione Burton, e non poteva essere altrimenti, visti i suoi precedenti... Così ritroviamo un portaoggetti metallico con la forma di mano (
Edward mani di forbice) e uno strano gingillo presente alla fiera che è una reminiscenza di Pee Wee's big adventure. Edward Bloom in qualche modo sembra essere il corrispondente filmico di Tim Burton: la voglia di narrare, sognare, inventare, vivere costantemente nel sogno di una favola, là dove coesistono le fantasie di ogni genere e dove non c’è sempre e solo la felicità ma una gran voglia di resistere e di superare, di farcela. Quando Ed si stringe in un tenero abbraccio nella vasca da bagno con la moglie (Jessica Lange, sempre seducente) non ci si può non affezionare a quest’uomo e soprattutto a questo personaggio. E diventa quasi difficile uscire dalla sala senza un accenno di commozione.
Se in qualche momento il tono può risultare patetico, vogliamo pensarlo come estrema esigenza di un copione commissionato? In fondo sono talmente tante le corde dell’animo che il film riesce a pizzicare che sarebbe impossibile decifrarne tutte le ragioni:  ciò che è certo è che Big Fish è Edward Bloom, il pesce gigante che nessuno è mai riuscito a catturare (e solo con un anello nuziale come esca puoi sperare di acchiappare tra le braccia!), un pesce che ha il dono della libertà,  il sogno più grande che un uomo possa desiderare.

Alessandro Tognolo - MC magazine 9  marzo 2004

 

altre testate:

da La Repubblica (Roberto Nepoti)

"Quando il mito s'impone sulla realtà, scegli il mito" predicava il grande John Ford. Tra i registi in attività oggi, Tim Burton è uno dei più dotati creatori di miti e di fiabe in forma di cinema; basti pensare al suo Edward mani di forbice. Però Big Fish è ancora di più: è un film sulla costruzione del mito, una parabola sulla funzione terapeutica del narrare. Forse Edward Bloom ha vissuto la più banale delle vite; però l'ha sempre raccontata come una fiaba, affascinando tutti coloro che lo ascoltavano. Solo suo figlio Will non ha abboccato all'amo e ora, in articulo mortis del padre, si sforza di separare il mito dalla realtà. Ma perché accettare la realtà, quando è tanto bello sognare? Burton preferisce farci vedere la fiaba...

da L'Unità (Alberto Crespi)

Come diceva John Ford in L´uomo che uccise Liberty Valance, quando la realtà contraddice la leggenda, può valer la pena di stampare la leggenda. Tra le fonti del romanzo di Daniel Wallace c´è sicuramente Mark Twain, il più americano dei romanzieri: anche il mondo di Twain è pieno di simpatici millantatori, di paradossi più veri del vero. Il viaggio di Ed Bloom nell'America fantastica che si nasconde fra paludi e boschi è come il viaggio di quell'altro finto tonto di Huckleberry Finn. La morale, che Burton sicuramente condivide, è che bisogna uscire dal proprio acquario, nuotare nel mare, vedere il mondo. Big Fish è un film tenero, poetico, visionario, con passaggi incantevoli.
 

da Film Tv (Emanuela Martini)

       Un intero prato fiorito di giunchiglie recise, un "mangiafuoco" iroso che ogni tanto si trasforma in un lupo, due danzatrici cinesi che si congiungono sinuose all'altezza dei fianchi, un villaggio gioioso e spettrale dove il tempo sembra non scorrere e dove le scarpe non servono, una strega minacciosa che può farti vedere com'è che te ne andrai nel suo occhio di vetro. Edward Bloom non mente, vive con grazia il mondo che la sua giovinezza (eterna) gli proietta; Edward Bloom non finge, non cede, non si ferma, non rinuncia a credere in una vita esagerata e incredibile e al piacere di narrarla. Big Fish racconta, per bocca di suo figlio, ormai grande e distante, la sua storia; la racconta «come lui l'ha raccontata a me; non sempre ha un senso e quasi mai è veritiera. 0uesta storia è una storia così...». Un pesce che nessuno riesce mai a catturare, che puoi afferrare tra le braccia solo se gli offri come esca un anello nuziale, che sembra dotato di una grazia particolare e che sempre scivola via nel suo elemento naturale, mentre sulle sue scaglie si riflettono i bagliori felici e le ombre cupe della fantasia. 0uesto è Edward Bloom, che neppure la sofferenza degli ultimi giorni di una malattia incurabile riesce a domare, che sa ancora immergersi nell'acqua della vasca da bagno stringendo tra le braccia sua moglie, solare e malinconica, l'amore della sua vita. Film d'acqua, di luce e di neri profondi, capace di passare dal pop squillante degli anni '50 e '60 alle suggestioni inquiete dell'american gothic, dalle creature multiformi del circo alle facce vissute e segnate della vita vera, dal mondo sommerso di Lynch a quello sovraesposto dei Coen, Big Fish è la quintessenza di Tim Burton. Forse è il suo capolavoro; forse è il più bel film dell'anno. Tutti gli esseri fantastici che Burton ha materializzato per noi nei film precedenti, il Pinguino infelice di Danny De Vito e la Catwoman stracciona di Michelle Pfeiffer, l'eccentrico disarmante Ed Wood e il malinconico ragazzo dalle mani di forbice, tutti, qui nella storia di Edward Bloom, trovano il luogo della mente dal quale sono scaturiti e un posto nel mondo al quale ritornare e, forse, avere pace. Non solo perché, come capisce il protagonista in una delle sue bizzarre avventure, «tutte le creature che crediamo malvagie o cattive sono semplicemente sole», ma soprattutto perché «che significa vero?». Vero è un mondo dove il mistero e la fantasia sanno consolarci, dove fare il rappresentante non significa morire ma continuare a viaggiare e fare incontri sensazionali, dove si possono conquistare una donna e molti amici buttandosi a corpo morto nel sogno, e riconquistare un figlio facendogli capire che anche lui è stato parte di quella fiaba. Tim Burton tesse e intreccia con stupefacente fluidità narrativa le storie parallele di Edward Bloom giovane e vecchio (Ewan McGreqor e Albert Finney, istrioni "gemelli", magnifici e vitali), di suo figlio (Billy Cufrup, in una parte sottotono e difficilissima), delle persone che ha incontrato e di come le ha immaginate, della sua vita vera e di come l'ha trasformata in un racconto da fare ai bambini la notte davanti al fuoco (o agli adulti, davanti al tavolo imbandito di una festa). Guidati dagli occhi disincantati e dal cuore incrinato del figlio (che rifiuta di essere come il padre e soprattutto di essere solo una postilla nella sua storia), andiamo e veniamo dai diversi piani temporali e immaginari senza mai perderci, immersi in un flusso di istantanea chiarezza. Pochi sanno raccontare così nel cinema di oggi; pochissimi sanno infonderci tanta gioia e tanta tristezza. E quando alla fine Albert Finney chiede al figlio di raccogliere la sua eredità e di raccontargli com'è che se ne va davvero, siamo noi che con le lacrime agli occhi coloriamo di vita la più bella uscita di scena che uomo possa desiderare: giù al fiume, tra le braccia di amici e affetti, scivolare via ancora una volta nel proprio elemento, con la grazia della libertà.

LUX - marzo 2004