Blade Runner Ridley Scott - USA 1982 - 2h 4’
Blade Runner - The Director's Cut  Ridley Scott - USA 1991 - 1h 55’
Blade Runner: The Final Cut  Ridley Scott - USA 1997 - 1h 58’ 

   L'io narrante per la science fiction, un Marlowe per il 2019: in una megalopoli al limite del progresso e della decomposizione, il killer della legge Deckard-Harrison Ford "corre sul filo della lama" alla caccia di replicanti, alieni così simili all'uomo da aspirare in toto alla condizione umana... Dopo l’intellettualismo cosmico di 2001 Odissea nello spazio, Blade runner è un'altra pietra miliare del cinema di fantascienza, si delinea quale specchio impietoso del momento culturale di questi anni.

e.l. rassegna MOVIE ADVENTURES (cinema Rex) - aprile/maggio 1985

soggetto: dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep di Philip K. Dick - sceneggiatura: Hampton Fancher, David Peoples - fotografia: Jordan Cronenweth - montaggio: Terry Rawlings - effetti speciali: Douglas Trumbul, Richard Yu?cich, David Dryer - scenografia: Syd Mead - musica: Vangelis - interpreti: Harrison Ford (Deckard), Rutger Hauer (Roy Batty), Sean Young (Rachael), Daryl Hannah (Pris), Joanna Cassidy (Zhora

    Astolfo e l’ippogrifo, Deckard e l’unicorno. Dall’epica ricerca lunare del senno perduto, al dubbio dell’identità in una civiltà sintetica, dove la scienza ha incrinato le certezze della dignità umana.
Proprio come il final-cut di
film precedente in archivio Ridley Scott film successivo in archivio ha minato alle radici le digressioni cinefile in cui, nel decennio della sua prima esistenza (1982-1991), si erano individuate iperboli romantiche, contaminazioni di sequenze, generi e stili: il radioso finale per il Marlowe del futuro e la sua amata ("Rachel era speciale: non aveva data di termine. Non sapevo quanto saremmo stati insieme. Ma chi lo sa?" su immagini di scarto di Shining), l’io narrante del noir applicato alla science-fiction…
Liberamente tratto dal romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheeps?,
Blade Runner si configura come una detective-story esistenziale intrisa di pioggia e lacrime, di ricordi incerti e nostalgia lacerante ("tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia"). La Los Angeles futuribile (2019!) di Syd Mead, barocca e decadente, caotica e spettrale è il visibile cinematografico di un corpo a corpo teso e simbolico. In essa il killer della legge Deckard-Harrison Ford "corre sul filo della lama" alla caccia di replicanti, alieni così simili all’uomo da aspirare in toto alla condizione umana. La loro disperata ferocia è il limite assurdo di una tensione esistenziale messa alle strette, ma la loro sconsolata solitudine non è poi così lontana dalla malinconia di Deckard, nauseato dalla non-umanità degli umani, innamorato di Rachel (Sean Young), replicante così perfetta da credersi ingenuamente davvero umana.
Il confronto Deckard-Roy (il biondo alieno interpretato da Rutger Hauer) è proprio tra chi prova la greve avventura del reale e chi ha conosciuto l’avventura mitica del cosmo ("ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...") tra chi aspira alla promozione a uomo e chi dispera nella "promozione umana": l’universo parossistico in cui Scott li avvolge mette a fuoco un’affascinante dimensione d’eccesso, dove cercare di costruire il proprio io diventa un gioco al massacro, dove la violenza è l’ultima spiaggia del tentativo di esistere, dove il sax suona languido e nostalgico come in un nero anni cinquanta, dove le suggestioni visive trovano più forza dei discorsi esistenziali, dove dalle lacrime, o da un bacio, come per clonazione, il desiderio del sentimento crea il sentimento stesso…
Eppure, su un tessuto narrativo e iconico già così ricco e ben sedimentato nell’immaginario cinematografico degli anni Ottanta, la riedizione operata da Scott introduce degli scarti non solo stilistici (l’eliminazione della voce-off non è una perdita di senso, solo di "atmosfera") ma sostanziali.
Se lo slogan della Tyrell Corporation resta "più umano dell’umano", l’ottimistica opportunità di salvezza offerta a Rachel viene ora drasticamente soppressa (la porta dell’ascensore si chiude sul riecheggiare della voce di Gaff: "Peccato che lei non vivrà. Ma, poi, è vivere questo?") e quell’unicorno sognato da Deckard (e che ritorna nell’origami lasciato sul terreno da Gaff) induce il sospetto che anche il suo inconscio e i suoi ricordi siano falsati da innesti artificiali. Non per niente, quando lui e Rachel discutono del test Voight-Kampff nella prima edizione la frase di lei è: "Tu non sai quanto pesante è subirlo", nella nuova versione: "L’hai mai provato su di te?". In entrambi i casi Deckard non risponde.

ezio leoni - rassegna COSMICA aprile/giugno 2000 TORRESINO

cinélite TORRESINO all'aperto: giugno-agosto 2008

Venezia 64° - Fuori concorso

    25 anni fa. Nella sala grande del palazzo del cinema viene proiettato Blade Runner, mentre fuori un maxi-temporale estivo riversa su Venezia una pioggia torrenziale. Lampi e tuoni così forti da sentirsi anche in sala, nonostante il crescendo delle musiche di Vangelis. Una vera tempesta che provoca un black-out e la proiezione-stampa per un po’ viene interrotta…
Oggi sul Lido splendeva il sole, ma ancor più risplendeva nella stessa sala la nuova versione restaurata del cult-movie di Ridley Scott. Proiezione scope in digitale, immagini e suono rivitalizzanti da un restauro seguito con cura dalla stesso Scott in previsione dell’uscita in DVD di una edizione speciale con 5 dischi.
Ma l’effetto della visione sul televisore di casa non potrà certo essere paragonato a quello visto e sentito qui al Festival: quando la macchina da presa si avvicina alle futuribili torri spaziali di Los Angeles e la colonna sonora “esce” dallo schermo riempiendo lo spazio-sala, nel buio sembra davvero di perdere ogni connotazione temporale e, oggi come allora, Blade Runner permea il nostro immaginario di un iperrealismo fantascientifico cupo e incombente, trasmette un’emozione di struggente intensità. Non contano più di tanto le novità di questo Final Cut, rispetto al Director’s Cut del 1991. Qui si aggiungono solo un dettaglio dello scontro tra Deckard - Harrison Ford e Pris - Daryl Hannah (lei lo afferra brutalmente per il naso) e il balzo finale sui tetti di Roy - Rutger Hauer. Le altre variazioni rispetto alla versione originale del 1982 (l’assenza della voce-off, l’unicorno nel sogno di Deckard, la brusca chiusura sulla scena dell’ascensore con l’eliminazione dell’happy-ending tra Deckard e Rachael - Sean Young) c’erano già nel Director’s Cut. Ciò che appare evidente in questa re-visione è l’invitta forza figurativa del tutto e le anticipazioni di forme e contenuti presenti fin dal Blade Runner del 1982. Quella città futuribile e decadente quante altre volte il cinema ce l’ha proposta da allora? Gli sguardi dall’alto dei grattacieli, la multietnia che invade la grande metropoli, la notte e la pioggia che la avvolgono, squarciate dal bagliore dalle luci al neon e dalle insegne pubblicitarie, fanno parte ormai della civiltà dell’immagine. Sono diventati ironicamente “datati” l’avveniristico uso dello scanner, gli zoom in-out della digitalizzazione fotografica, quelle nuvole di fumo (di sigaretta) che avvolgono i protagonisti.
Nel linguaggio dei bounty-killer del futuro l’eliminazione di un replicante si traduce nel suo “pensionamento”. Per quel fatidico 2019, quanti di noi saranno davvero “da pensionare”?

ezio leoni - Il Mattino di Padova  2 settembre 2007