Bowling a Columbine (Bowling for Columbine)
Michael Moore - USA 2002 - 2h

   
Cannes: premio speciale 55° anniversario

miglior documentario


da Il Corriere della sera (Maurizio Porro)

         La maggioranza silenziosa ma armata americana, che tiene la 44 Magnum sotto il cuscino e si riconosce nell'arteriosclerotico Ben Hur con dentiera Charlton Heston, è la protagonista di questo straordinario, ironico, disperato documento del grande «no global» Michael Moore, premiato a Cannes. Partendo dalla strage degli studenti di Columbine e dall'assassinio di una bimba, Bowling a Columbine traccia uno spietato identikit degli States, e le stragi collegate, che oggi, con la guerra in vista, è più attuale che mai. Tra cronaca e storia, virando necessariamente nel grottesco naturale, il regista «extra large» guarda negli occhi la lobby delle armi (ne girano 250 milioni), racconta delle banche che offrono in omaggio la carabina, dall'infuocato Michigan fa una puntata nel pacifico Canada, che ha finanziato il progetto, e mette sul banco degli imputati violenza e razzismo; e accusa i media di travolgere e stravolgere la realtà. Da vedere: i riferimenti sono ottimi e abbondanti, tutti sono giustizieri della notte.

da La Stampa (Lietta Tornabuoni)

        A Washington il presidente americano lancia proclami di guerra contro l´Iraq e il resto del mondo islamico, a Washington il serial killer americano senza volto nè nome ha ammazzato la sua nona vittima: non c´è momento più adatto per vedere Bowling a Columbine di Michael Moore, appassionato documentario-pamphlet sull´uso delle armi negli Stati Uniti e sul diritto di possedere armi che la Costituzione garantisce ad ogni cittadino. Nel 1999, due ragazzi uccisero tre persone al bowling della cittadina di Littleton nel Colorado; alla non lontana Columbine High School massacrarono tredici studenti e un professore; poi si ammazzarono. Lo strano titolo evoca questo episodio esemplare, ma il film ricorda anche il bambino di sei anni che uccise una coetanea a colpi di pistola, la strage dei due che eliminarono con le bombe 168 persone. Il numero delle armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti è superiore al numero degli elettori o dei televisori. I morti ammazzati con armi da fuoco nel 2001 sono stati 11.127 (al confronto, sono stati 65 in Inghilterra, 381 in Germania, 75 in Australia). Certe armerie fanno vendite in saldo di munizioni; il terribile M16 è in libera vendita come ogni altro tipo di arma; alcune banche regalano un fucile ai nuovi correntisti; c´è chi dorme con la 44 Magnum sotto il cuscino. La rivoluzione armata è all´origine della storia americana; battendosi con le armi contro altri Paesi gli Stati Uniti sono diventati un impero mondiale. Nella cultura della violenza, sparare è un sistema, un uso, una reazione coatta. Parallela alla cultura della violenza è la cultura della paura: prima che dal terrorismo, gli americani sono stati indotti al panico da api assassine, lamette occultate nelle mele, virus del computer, neri criminali, acque avvelenate. Michael Moore, americano del Michigan, 48 anni, fondatore e direttore di giornali alternativi, scrittore, realizzatore di serial televisivi tra i quali «Miami Vice», già autore di Roger & Me, documentario contro la General Motors, e di The Big One contro le multinazionali, è un cine-idolo dell'estrema sinistra americana. Grasso, malconcio, indomito, demagogico, spiritoso, accumula cifre, episodi, testimonianze, analogie, contraddizioni, affronta la sua materia con implacabile coraggio. Le connessioni tra Storia e presente, tra fatti diversi, non sono quelle ordinate e settoriali delle documentazioni televisive, giornalistiche: sono i legami emotivi dell'ansietà politica (come nel primo Brian De Palma, Ciao, America, Hi Mom), sono i grovigli di realtà, sospetto, certezze, diffidenza e sdegno d´una visione non mutilata, umanistica, dei nostri giorni difficili. Da quarantasei anni, dal 1956 de Il mondo del silenzio di Jacques-Yves Cousteau e Louis Malle, il festival di Cannes non metteva in concorso un documentario: lo ha fatto nel 2002 con Bowling a Columbine, e ha fatto benissimo.

da Il Giorno (Silvio Danese)

        Michael Moore è l'unico cineasta al mondo che può permettersi di fare un documentario e vederlo uscire nelle sale, premiare ai festival e tirar su dei soldini. E' ironico, informato, fa critica sociale fuori dalla politica delle fazioni. Dopo il libello sulla General Motors, Roger & Me, negli Stati Uniti l'establishment lo considera un pericolo pubblico. Qui la cosa è più seria e più tragicamente americana. Sullo sfondo della strage al liceo Columbine in Colorado, Moore ci accompagna nel tunnel della diffusione, proprietà e uso delle armi negli Stati Uniti (ce ne sono 250 milioni di pezzi, più degli abitanti), alla radice di una cultura diffusa di sospetto e giustizia privata, mai smantellata dai tempi della corsa verso il West al Ku Klux Klan. Dai miliziani del Michigan al pensionato con la 44 Magnum sotto il cuscino questa è l'epopea di un paradosso: prima spara, poi parla. La dedizione di Moore al tema non è soltanto analitica: si chiede perché l'America ha avuto e ha sempre tanta paura di se stessa.

 

da Il Manifesto (Mariuccia Ciotta)

        Non accade di frequente che un film esca prima da noi che in America: ma è questo il caso di People I Know, Il regista del Michigan che distrusse l'onore della General Motors con Roger & Me, contro-storia dello smantellamento della città-fabbrica di Flint, torna a interrogarsi nel suo modo sarcastico sui mali dell'America, prima e dopo l'11 settembre. Partendo dalla Columbine High School, Colorado. Nel `99 due teen-ager, armi automatiche in pugno, uccisero dodici compagni, più un professore. Erano ragazzi come tanti, ragazzi del calibro di 9mm di diametro, pallottole grandi come un accendino, comprate al supermercato vicino. Perché gli americani si ammazzano tra di loro? Più di 11.000 all'anno contro i 60 della Germania, e guardate un po' se il Far West dei tedeschi è meglio del nostro, dice Moore, e parte una clip di Hitler. Bowling a Columbine, caccia al tesoro di 2 ore, è avvincente e disarticolato come il corpaccione del regista che si trascina di porta in porta, per chiedere ai «vicini» le ragioni della paura che attanaglia l'americano. Paura amplificata dai media, che bombardano gli spettatori con il bollettino dei crimini: il sospetto è sempre l'«uomo nero» ripreso a terra seminudo, avvinghiato dal cop di turno, eroe della serie tv sulle imprese poliziesche. Moore propone all'autore del reality show una variante, con gli executives della city sbattuti sulle loro Mercedes per frode fiscale e corruzione. Improbabile, ma l'Autidel è legge quando conviene. Vere invece sono le immagini che una telecamera a circuito chiuso ha ripreso quel giorno a Columbine: due ombre armate sparano alla rinfusa, gli studenti sotto i tavoli, voci fuori campo, registrate dai cellulari, urlano aiuto. Un bambino che sembra un angelo, e ormai lo è, sorride da un cartellone sostenuto dal padre in lutto, tra manifestanti contro la diffusione delle armi. Ce l'ha con Charlton Heston, capo e testimonial della Nra, ex lega sportiva ora gang pistolera di destra, finanziata dalla lobby potente dei mercanti d'armi. «Per prenderla, dovete passare sul mio cadavere» declama l'attore ottantenne dal sorriso di Ben Hur sbandierando un bazooka. È dunque la facilità di acquistare pistole che provoca stragi tipo Columbine? Troppo facile. In Canada, dove ci porta Moore, ci sono 7 milioni di sputafuoco, ma pochissimi si sparano addosso. È vero che in Usa se apri un conto in una certa banca ti regalano un fucile, ma anche a Toronto abitano i signori Smith & Wesson. Allora? I canadesi hanno l'assistenza sociale, se si ammalano sono curati, si tutela la multietnicità, i disoccupati sono «ammortizzati» (al festival di Toronto e Vancouver il documentario di Moore, pieno di humor e senso critico, e così sbilanciato a favore dello stato sociale garantito da Ottawa, ha stravinto i premi del pubblico...). Invece, i ragazzi di Columbine, piuttosto che un futuro di terrore in un mondo dove vince il più forte, hanno scelto di anticipare i tempi: uccidere e uccidersi. E se fosse tutta colpa di Hollywood, del rock e di Internet, come sostiene la destra? Il «detective» Moore riparte e indaga. Il suo film espanso è opera complessa, angosciata, tra tante gag, ed esprime un grande amore per la propria gente che vive in una democrazia terrorizzata, col mitra in spalla. I suoi nemici precedenti erano chiari: la Gm, le Nike, la globalizzazione... «Ma qui il problema è lo stesso pubblico cui il film è dedicato, quello statunitense - ha detto Michael Moore a Les Inrockuptibles - La ragione della violenza in Usa non sono le armi, siamo proprio noi. C'è un problema nel nostro comportamento collettivo, nella nostra mentalità. È un avversario molto più difficile da circoscrivere. L'etica europea dice: se qualcuno si ammala, se qualcuno perde il lavoro, noi abbiamo la responsabilità collettiva di aiutare queste persone. L'etica americana dice: vai a farti fottere». Il giorno di Colombine fu quello del record di bombe Usa in Kosovo, morirono civili a centinaia. Moore non ci risparmia la visione di altre stragi Usa, in America latina, Sudan, Iraq, Afghanistan. E la paura impressa sulle facce dei newyorkesi quell'11 settembre 2001. Ma, fosse colpa del rock? Risponde il «diabolico» Marilyn Manson, intervistato in camerino, durante un tour sabotato dai benpensanti. Il rocker è davvero cattivo, con Bush jr.. E incantevole quando alla domanda su cosa si sentirebbe di dire ai ragazzi di Columbine, risponde: «Niente. Ascolterei quello che loro hanno da dire, cosa che nessuno ha fatto». Le misure prese all'indomani della carneficina, ci racconta il film, consistettero nel sospendere qualche ragazzino sospetto, un kid sospeso per un mese perché minacciò il maestro con una coscia di pollo e quell'altro, grande e grosso, oltretutto offeso per non essere stato nominato «nemico pubblico numero uno» per bombe diligentemente fatte in cantine, e grandi come pallina di golf. E di palle si tratta a proposito dei due sterminatori di Columbine, che proprio quel fatidico mattino giocarono a bowling. Gioco sospetto. Tra uno scherzo e l'altro, Michael Moore diventa il nostro eroe quando insieme a due ragazzi feriti dalle 9mm assedia il grande magazzino che rifornì la coppia omicida, e lo costringe, dopo un braccio di ferro incalzante, a promettere il ritiro entro 30 giorni delle micidiali pallottole. Boowling for Columbine ci fa vedere l'America al di là dei pregiudizi, e la feroce critica al liberismo e al governo Bush jr. è ritmata da manifestazioni, sorrisi, interviste, lacrime di chi fa resistenza e prima o poi seguirà l'esempio dell'imponente Moore, che alla fine spegne il suo sardonico ghigno quando incontra il «divo esplosivo» utilizzando per rintracciarlo una di quelle «mappe delle case dei divi» che vengono vendute ai turisti di passaggio nella Los Angeles chic di Bel Air e Westwood. In un'atmosfera ipnotica, la visita a Charlton Heston nella villa di Beverly Hills diventa un requiem per una bambina di 6 anni ammazzata da un suo coetaneo a scuola. Il regista, che si è spacciato per un fedele adepto della Nra («è vero ha la tessera, «un tempo l'associazione aveva carattere prettamente sportivo») intervista l'attore difensore della libertà di sparare, che come un re si meraviglia della richiesta di scuse alla popolazione di Flint (dove è morta la piccola). Heston trasecola incredulo e barcollante se ne va sulle sue gambette sghembe di vecchio malato. Ma offeso. Il giorno dopo l'omicidio da guinness dei primati (il più giovane assassino Usa, 6 anni), il divo era arrivato in città col suo carrozzone di esaltati per neutralizzare l'effetto emotivo di quella morte. La piccola ringrazia Heston con un sorriso ironico, alla Moore, impresso sulla foto poggiata a una colonna del grande giardino silenzioso.

TORRESINO - novembre 2002