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Nativo della Pennsylvania (Filadelfia, 25 giugno 1924) ma dopo soli
quattro anni già cittadino newyorkese,
Sidney
Lumet approda alla macchina da presa nel 1950. Aveva
recitato nel teatro yiddish, esordito a dodici anni a Broadway come uno
dei "Dead End Kids" ed aveva avuto pure uno sporadico contatto
con il cinema con una parte in Quartiere maledetto (1938).
Dopo la guerra e l'esperienza di una compagnia off-Broadway, nel '50 la
CBS lo assume come aiuto-regista in televisione dove in dieci anni egli
gira circa 350 lavori. Particolare
fama gli viene dai drammi di Reginald Rose ed è proprio con la versione
per lo schermo di La parola ai giurati
che nel '57 Lumet debutta nel cinema, su invito di Henry Fonda, l'attore
protagonista della pellicola: è un'opera in bianco e nero, asciutta
e incisiva nell'analisi del meccanismo giudiziario americano e ad essa
fanno seguito altri validi lavori di stampo teatrale (anche d'autori quali
Tennesse Williams, Arthur Miller, Eugene O'Neil).
Nel '63 dirige ancora Henry Fonda in A prova di
errore, un film fanta-politico sul rischio degli armamenti nucleari,
quindi nel '65 con La collina dei disonore
e L'uomo del banco dei pegni affronta
con mano decisa la drammatica ambiguità della violenza, smarrendosi
un po', successivamente, nella letterarietà del testo in Il
gruppo (dal romanzo di Mary Mc Carthty).
Nel '71 con Rapina record a New York
Lumet dà un'impennata al proprio rítmo cinematografica (dosando
nella spettacolarità dell'azione un'insinuante dimensione sociale),
ma nel '73 con Riflessi in uno specchio scuro
si invischia di nuovo nella tematica della violenza caricando esageratamente
l'aspetto psicologico e la visualizzazione ad effetto. Non avrà
grande eco Loving Molly, tratto da
buon romanzo di Larry MacMurtry, ma il successo è straripante quando
affronta la trasposizione del libro di Peter Maas, Serpico.
E' un film semplicista, senza mezze tinte, tutto avventura e manicheismo
ma fa sì che a Lumet
si aprano definitivamente le porte delle grosse produzioni: l'impeccabile
Assassinio sull'Orient Express (da
Agatha Cristhie), Quel
pomeriggio di un giorno da cani ('75, con un'intensa interpretazione
di Al Pacino per la drammatica ricostruzione di un fatto di cronaca), Quinto
potere ('76, su soggetto e sceneggiatura di Paddy Chayefsky)
un'opera
d'impatto sul potere della televisione, di grande attualità anche
se su registri fin troppo esasperati.
Nell'81 con Il principe della città
Lumet realizza uno dei suoi lavori più calibrati: il poliziotto
Daniel Ciello, testimone pentito della corruzione della squadra narcotici,
è un personaggio esemplare
del cinema "metropolitano" del regista: viso d'angelo e cuore
lacerato egli si ritrova a sopravvivere, in una New York livida e brutale,
intimamente solo, "infame" tra gli amici, deluso ed insicuro,
disperato anche con se stesso ("chiedetemi qualsiasi cosa e mi
sembrerà di mentire anche se dico la verità... ").
Dopo il simpatico gioco teatrale di Deathtrap
(neppure edito in Italia!) e
il troppo "marmoreo" Il verdetto,
è la volta di Daniel ('83),
un film coraggioso, osteggiato in America probabilmente per aver rivangato
nel rimorso collettivo di una democrazia non sempre disposta alla critica
(il caso dei coniugi Rosenberg giustiziati per spionaggio nel 1953), ma
molto caro a Lumet proprio per la forza della ricerca del protagonista,
ricerca di verità storiche ed esistenziali, in sintonia con la tensione
ideologica dell'autore: "Non mi considero un ottimista in senso
classico. L'ottimista è uno che si aspetta sempre qualcosa. Ciò
che importa per me è la lotta, è di continuare a lottare.
Non credo necessariamente nella vittoria; non mi influenza, non cerco l'appagamento...
Ciò non vuol dire che sono un uomo disperato. Può sembrare
un paradosso ma ha la sua logica: io credo nello sforzo costante nel lavoro
non di un singolo individuo ma di tanti. A prescindere dai risultai immediati.
Si può pensare che quelli che combattono abbiano necessariamente
bisogno di vittoria, non è il mio caso. Secondo me non è
importante far conto su una vittoria, come fosse una ricompensa. Mi sembra
infantile come atteggiamento. Guardate ad esempio ì movimenti del
non-violenza degli anni '60. La sconfitta ha lasciato una gran quantità
di cuori i franti, ne è scaturita una situazione di "riflusso".
Una causa? L'elemento di immaturità, il bambinismo della lotta.
Quando non sono stati gratificati subito lo scoraggiamento è avvenuto
molto rapidamente. La mia generazione invece ha imparato a non aspettarsi
niente di immediato e gratificante ed ha continuato a combattere, non-stop
working".
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