Elephant
Gus Van Sant
- USA 2003 - 1h 21'

 Palma d'oro al Festival di Cannes - Miglior regia

   Il magma di nuvole che si muove sullo schermo in apertura e chiusura di Elephant ha richiamato, nel nostro immaginario, il finale di Rusty il selvaggio. Come sono cambiati i tempi. Come sono lontane le avventure giovanili di esibizionismo e aggregazione, le corse-sfida in auto (Gioventù bruciata), i moti studenteschi (Fragole e sangue), gli scontri tra bande (I ragazzi della 56° strada). E anche lo spazio-scuola si è trasformato: non più le tensioni sociali di Il seme della violenza né l’umanesimo poetico de L’attimo fuggente, Anche l’aura “free” e sovversiva di If... appartiene ormai ad un’altra dimensione. Nel film di Van Sant film successivo in archivio, gelido nell’angoscia di una cronaca reale, “radioso” nelle luci naturali che avvolgono gli spazi, tutto accade con l’ineluttabilità di un vivere quotidiano asettico e normalizzato. Ma pronto ad esplodere in una violenza che è troppo facile definire imprevedibile (“un problema è ignorabile quanto un elefante in salotto”).
La macchina da presa si muove con una perizia tecnica di sorprendente scorrevolezza: piani sequenza “spontanei”, angolazioni che fondono soggettiva e sguardo esterno, sfocature e rallenti che traducono il reale in iper-reale, la normalità di una ambiente scolastico in un incubo esistenziale incombente. Van Sant (anche sceneggiatore) lascia da parte i compiacimenti edulcorati di
Will Hunting e Scoprendo Forrester, si riscopre esponente carismatico del cinema indipendente e pedina, con tono da documentario-verità, i suoi personaggi, ragazzi qualunque (e per lo più attori non professionisti), protagonisti involontari o alienati esecutori di un dramma che ha scosso l’America e il mondo intero (1999, la strage del liceo di Colombine, che ha già ispirato un omonimo film di Alan Clarke e il documentario di Michael Moore). John, Elias, Michelle, Nate e Carrie, Brittany, Jordan, Nicole sembrano i teen-ager belli e svagati di Scream. Chi si salverà? Chi troverà la morte? Qui lo spettro non è quello di una maschera assassina, ma di una quotidianità deviata, di un’inquietudine giovanile che “gioca” al massacro, dei propri amici e della propria vuota esistenza
. Alex e Eric carichi di armi, ma “assurdamente” non di odio, irrompono in un mondo ovattato che sembra non attendere altro che la loro furia devastatrice. Imboccano i corridoi della scuola e iniziano ad abbattere compagni e professori come birilli…

In un filo narrativo che si autorigenera in estranianti, diversi punti di vista, non c’è spazio per le domande, per una ricerca di motivazione, non c’è occasione per risposte risolutrici. Cinema fenomenologico, cinema ricorsivo quello di Van Sant. Il piano sequenza come linguaggio principe dell’accadere, del flusso incontrollabile del vivere (e del morire). Un abbraccio tra vita e morte che è pura causalità, di incontri, di relazioni, di situazioni, di eventi; inaspettati, memorabili, tragici. Il senso del tempo viene destabilizzato, come quello di una narrazione tradizionale. Continui movimenti di macchina a seguire oppure all’indietro: le forme del cinema classico si adattano con spiazzante naturalezza alle immagini di Elephant.
In
Rusty il selvaggio era la ritmata musicalità di Stewart Copeland (Don’t Box Me In) a cadenzare il flusso delle nuvole, qui l’accompagnamento è affidato alla dolcezza del Per Elisa di Beethoven. La mano che la suona è proprio quella di Alex, il demiurgo di quella carneficina senza senso.

ezio leoni - La Difesa del Popolo - 20 ottobre 2003

promo

Van Sant pedina, con tono da documentario-verità, i suoi personaggi, ragazzi qualunque, protagonisti involontari o alienati esecutori del un dramma che ha scosso l’America e il mondo intero (1999, la strage del liceo di Colombine). Lo spettro è quello di una quotidianità deviata, di un’inquietudine giovanile che “gioca” al massacro, dei propri amici e della propria vuota esistenza.
In un filo narrativo che si autorigenera in estranianti, diversi punti di vista, non c’è spazio per le domande, per una ricerca di motivazione, non c’è occasione per risposte risolutrici: cinema fenomenologico, cinema ricorsivo in cui anche il senso del tempo viene destabilizzato e il piano sequenza diventa il linguaggio principe dell’accadere, del flusso incontrollabile del vivere (e del morire).

TORRESINO ottobre-novembre 2003

cinema invisibile TORRESINO febbraio-marzo 2010