Palma d'oro
al Festival di Cannes - Miglior regia

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Il
magma di nuvole che si muove sullo schermo in apertura e chiusura
di Elephant
ha richiamato, nel nostro immaginario, il finale di
Rusty
il selvaggio. Come sono cambiati
i tempi. Come sono lontane le avventure giovanili di esibizionismo
e aggregazione, le corse-sfida in auto (Gioventù
bruciata), i moti studenteschi (Fragole
e sangue), gli scontri tra bande
(I ragazzi della 56° strada).
E anche lo spazio-scuola si è trasformato: non più le tensioni sociali
di Il
seme della violenza né l’umanesimo
poetico de L’attimo
fuggente, Anche l’aura “free” e sovversiva di
If...
appartiene ormai ad un’altra dimensione. Nel film di Van Sant, gelido
nell’angoscia di una cronaca reale, “radioso” nelle luci naturali
che avvolgono gli spazi, tutto accade con l’ineluttabilità di un vivere
quotidiano asettico e normalizzato. Ma pronto ad esplodere in una
violenza che è troppo facile definire imprevedibile (“un problema
è ignorabile quanto un elefante in salotto”).
In un filo narrativo che si autorigenera in estranianti, diversi punti
di vista, non c’è spazio per le domande, per una ricerca di
motivazione, non c’è occasione per risposte risolutrici. Cinema fenomenologico, cinema ricorsivo quello di Van Sant. Il piano sequenza
come linguaggio principe dell’accadere, del flusso incontrollabile del
vivere (e del morire). Un abbraccio tra vita e morte che è pura
causalità, di incontri, di relazioni, di situazioni, di eventi;
inaspettati,
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ezio leoni - La Difesa del Popolo - 20 ottobre 2003 |
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promo |
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Van Sant
pedina, con tono da documentario-verità, i suoi personaggi,
ragazzi qualunque, protagonisti involontari o alienati esecutori
del un dramma che ha scosso l’America e il mondo intero (1999, la
strage del liceo di Colombine). Lo spettro è quello di una
quotidianità deviata, di un’inquietudine giovanile che “gioca” al
massacro, dei propri amici e della propria vuota esistenza. |
TORRESINO ottobre-novembre 2003
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cinema
invisibile
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