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La violenza malavitosa di
Mean Steets e
Quei bravi ragazzi, la
psicosi omicida di
Taxi driver e
Cape Fear, il crudo cinismo
di
Toro scatenato. La filmografia di
Martin
Scorsese, fatta di film acri e incalzanti, lasciava qualche dubbio
sulla capacità del regista italo-americano di portare sullo schermo
un romanzo sofisticato come quello scritto da Edith Wharton ad inizio
secolo ed ambientato nel mondo dell'aristocrazia borghese di New York
sul finire dell'ottocento. Invece
L'età dell'innocenza, che ha
inaugurato a Venezia la 50a Mostra del Cinema, è una piacevolissima
sorpresa, una vera folgorazione visiva che ci avvolge per le due ore di
proiezione, coinvolgendoci "esteticamente" e sentimentalmente
nella passione segreta tra il distinto avvocato Newland Archer (Daniel
Day-Lewis) e l'affascinante contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer),
reduce da un matrimonio fallito con un nobile europeo.
Il
tormento nasce dal fatto che Archer è fidanzato con May (Winona
Ryder) la giovane e dolce cugina della contessa e che la sua lealtà
d'animo gli impedisce di recare offesa alla promessa sposa ed al perbenismo
della "nobiltà del denaro" newyorkese. Su questa storia
esile, ma d'intenso romanticismo, magistralmente coreografata da una
descrizione d'ambienti rigorosa e lussureggiante, Scorsese esalta il
gioco sfizioso della trasposizione letteraria sfoderando ricercatezze
formali, sinuosi movimenti di macchina, una pulsione sotterranea sentimentale,
che quanto più si sottrae ai segni esteriori del desiderio, tanto
più si fa toccante nel rimpianto delle occasioni perdute e di
una felicità esistenziale solo assaporata. "Ero interessato
a raccontare una storia d'amore impossibile scrutando tra le ipocrisie
delle convenzioni sociali del tempo. E poi, ambientando il racconto
più di un secolo fa, ho provato l'emozione di raccontare una
passione senza sesso, dove la trasgressione massima, il delirio d'amore
si esprimono nello sfiorare un collo nudo, nel baciare un polso spostando
un guanto".
Tra i tentennamenti della love-story e le sicurezze di una tecnica cinematografica
straordinaria, le intenzioni di Scorsese si concretizzano in un film di
un'emotività pregnante ma sommessa, che, mentre bilancia, in inaspettata
scorrevolezza, il romanticismo più struggente con la ricchezza pittorica
della messa in scena, contrappone (ambiguamente) l'intima sofferenza di
una moralità in crisi e l'ostentata, sottile crudeltà di
una classe sociale chiusa in riti "tribali" di formalismo e ipocrisia.
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