Kill Bill - volume 1 - Quentin Tarantino - USA 2003 - 1h 50'
Kill Bill - volume 2 - Quentin Tarantino - USA 2004 - 1h 34'

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   Attenzione, Kill Bill, a differenza di Il Signore degli Anelli, non è in realtà un unico film omogeneo spezzato (in 2), è un’idea cinematografica originale e ardita che “si attua” in due volumi distinti e che nella sequenzialità disoramonica delle due trance trova un surplus d’emozione, una rivitalizzazione dell’intrigo narrativo, una esternazione sfacciata di una creatività indomita. Eppure (e proprio per questo) occorre un discorso critico unitario per affrontare con dovizia d’analisi la saga di Quentin & Uma. Solo la compiutezza della visione permette cioè di comprenderne appieno il percorso diegetico, di vagliare l’evolversi della forma stilistica, di estrapolare con cognizione di causa il pulsare del mito e la nemesi della sua rappresentazione.
     
Kill Bill volume 1 si apre su una languida versione blues di Bang Bang. Un bianco e nero iperreale (in cui il “colore” del sangue è ancora più insopportabile) mostra l’esecuzione de “la Sposa”. Non conta che ci si trovi in una chiesa alla vigilia di un matrimonio, né che lei abbia in grembo il figlio di chi (Bill) le punta la pistola alla testa. Il colpo arriva, inesorabile come l’esplosione di kung fu e wu-xia-pian, pragmatismo yakuza e filosofia zen, pop-culture e gore che invade lo schermo, come la furia vendicatrice che anima la superba, cinica, adrenalinica bellezza di Uma Turman.
Sì perché Lei non è morta, è rimasta quattro anni in coma (a subire gli stupri dei clienti di un laido infermiere) e ora (il nostro “ora”, non sempre facilmente configurabile nel magma spazio-temporale in cui film precedente in archivio Tarantino film successivo in archivio fa evolvere la storia), dopo che la puntura di una zanz
ara l’ha risvegliata, dà la caccia a Bill e ai suoi scagnozzi. In quella chiesa la Sposa stava per convolare a nozze con un giovane marito ignaro probabilmente del suo passato: anche Lei, Black Mamba faceva parte della Deadly Viper Assassination Squad, capitanata da Bill e ora tutti i vecchi compagni, sono sul suo “carnet della vendetta”. Kill Bill volume 1 è dedicato al regolamento di conti con i prima due della lista: Vernita Green/Copperhead (Vivica A. Fox), è tolta di mezzo nel primo dei “capitoli” (5+5), in un violento scontro “domestico” consumato tra soggiorno e cucina di una (ex)tranquilla villetta, tra sconquasso di cornflakes e il volto stralunato dell’innocente figlioletta di Copperhead. Un flash back per brutalizzare lo schermo con l’esecuzione, in ospedale, di infermiere (e compare) e per dilatare i tempi con la “mistica dell’alluce”, poi prende corpo la ritualità orientaleggiante delle arti marziali. Il maestro giapponese Hattori Sanzo (Sonny Chiba) forgia un nuova sfavillante katana e l’eroina tarantiniana può iniziare la sua strage annientando la banda degli 80 folli. Un'orgia di teste e arti mozzati e il furibondo scontro con Go Go Yubari, lolita-guardia del corpo (vestita da scolaretta ma armata di mazza rotante), sono il viatico per l’estraniante duello risolutore con O-Ren Ishi/Cottonmouth (Lucy Liu), della cui tragica infanzia ci ha narrato un folgorante brano di animazione stile anime. Agli inconsulti, ridondanti spruzzi di sangue delle scene precedenti fa seguito l’atmosfera fiabesca di un cortile innevato. I lampi delle spade sono più veloci del nostro sguardo, l’effetto del colpo decisivo spezza, inaspettato, il balletto di morte tra le due donne. Alle note di Don’t let me be misunderstood fa eco solo la voce di Bill che si chiede se Black Mamba sa che la figlia è viva…

    Kill Bill volume 2 arriva (dopo quattro mesi, splendida iterazione extrafilmica della tensione interna!) sull’onda della suggestione di quella notizia, ma subito cambia il registro dell’emozione. Una folgorante sequenza monocromatica di Uma Turman al volante della sua auto (“I’m gonna Kill Bill”) poi “si torna” (ancora in bianco e nero) nella chiesa del massacro, per le prove delle nozze. Tanto più l’atmosfera è serena e festosa, tanto più la presenza di Bill (finalmente lo vediamo, il “mitico” David Corradine), che promette di “fare il bravo”, diventa angosciante premonizione del massacro imminente. Al sopraggiungere dei quattro della squadra della morte fanno eco il rumore e le fiammate delle armi… E Beatrix (ora il nome della protagonista non è più “oscurato” da sfiziosi beep), katana in mano, procede nel suo tour di vendetta contro i supereroi del male! Solo che Budd/Sidewinder (Michael Madsen), fratello di Bill, è meno sprovveduto di quanto il gioco narrativo lasci prevedere e la sorpresa (per pubblico ed eroina) è sconvolgente. A seguire: una gotica sequenza di “sepolta viva”, un ulteriore flash back per l’iniziazione di Black Mamba alla nobile scuola di arti marziali (dal maestro Pai Mei), un furibondo duello all’ultimo occhio con Elle Driver/California Mountain Snake (Daryl Hannah) e… l’incontro con Bill. La tensione si stempera all’improvviso per la presenza della piccola B.B., resta in surplace mentre Bill disquisisce su Superman e i tranquilli “uomini in vestito grigio” (qualcuno aveva lamentato la mancanza dei deliranti sproloqui di Pulp Fiction?), si riaccende in una prova di forza lama contro lama. Ma ancora una volta le dinamiche “terminali” di Tarantino sono fuori standard: alla fine di un eroe (anche se negativo) si addice un tocco vellutato di regia e il futuro di Beatrix Kiddo e di sua figlia merita un romantico taglio surreale. Languido sguardo materno e katana a tracolla!

Lo script complesso e articolato, l’orchestrazione meticolosa di ogni tassello di sceneggiatura basterebbero da soli a far lievitare il giudizio critico, ma il cinema di Quentin Tarantino vive di virulenza figurativa quanto di possanza del racconto. E la strutturazione in due volumi gli permette ulteriori vezzi cinefili. Se il primo tomo è un susseguirsi di sussulti e folgorazioni, nel secondo, esaurita l’urgenza chiarificatrice del plot, sopita la frenesia citazionistica dell’universo cinematografico del B-movie (l’eccesso della parentesi sanguinolenta del volume 1 è finalizzato ad una catarsi di riferimenti orientali, la turgida invadenza muliebre è figlia di Russ Meyer e della black-exploitation), in Kill Bill volume 2 Tarantino può essere se stesso fino in fondo. La citazione vira in tributo: un omaggio a Ford (che emozione quell’uscio "di" Sentieri Selvaggi, quel portico che guarda sul deserto), il taglio delle inquadrature alla Sergio Leone, i suoni strazianti di Morricone. Ma più che nell’epica del western-spaghetti, più che nella caricatura estremizzata del fumetto, Kill Bill si esalta nella reinterpretazione di tutto il cinema di genere, ricomponendolo in un’iperbole autoriale di straordinaria suggestione: la tuta gialla di Bruce Lee sul corpo sinuoso di Uma Turman, lo schermo buio per immortalare la sequenza più angosciante, una bimba che prima di addormentarsi vuole vedere Shogun Assassins, il placarsi mortale del tocco delle cinque dita, amour fou e sadica vendetta. Il meraviglioso lato oscuro del cinema.

ezio leoni - La Difesa Del Popolo  9 maggio 2004

quizn°71



 

capitolo uno:
capitolo due:
capitolo tre:
capitolo quattro:
capitolo cinque:

2 (in numero, cerchiato)
La sposa imbrattata di sangue
Le origini di O-Ren
L'uomo di Okinawa
Resa dei conti alla Casa dalle Foglie Blu



 

capitolo sei:
capitolo sette:
capitolo otto:
capitolo nove:
capitolo dieci:

Massacro ai Due Pini
La tomba solitaria di Paula Schultz
I crudeli insegnamenti di Pai Mei

Elle e io

Faccia a faccia