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da Il Messaggero (Fabio Ferzetti) |
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Applausi,
commozione e un pizzico di stupore. Erano anni che Berlino non azzeccava
l'apertura, diciamolo. Invece
La
môme
(La vie en rose) di Olivier Dahan, 140 minuti sulla vita e l'arte
di Edith Piaf, è il filmone che ogni festival sogna per l'inaugurazione.
Un esempio, oggi sempre più raro, di buon cinema popolare, pieno di
ambienti, di personaggi, di sentimenti. Il ritratto di una figura
leggendaria sbozzato con tratto generoso e rotondo, senza esibire artifici
formali invadenti, ma evitando anche la retorica o le riverniciature di
nuovo di tanti pessimi biopic. Si comincia dalla fine, con il "passerotto"
(questo significa piaf in argot) che crolla in scena a New York, e si
torna all'inizio di tutto, a quell'infanzia che sembra uscita dal peggior
melodramma, con la mamma cantante di strada che la abbandona, il padre
contorsionista che la affida alla nonna, la nonna che la cresce fra le
ragazze del bordello che gestisce. E come se non bastasse la piccola Edith
dalla salute malferma perde la vista per riacquistarla dopo un
pellegrinaggio sulla tomba di Santa Teresa di Lisieux, poi perde la
puttana che le ha fatto da madre cantandole Je suis nue di
Mistinguett (Emmanuelle Seigner), ritrova il padre che se la porta nei
circhi e per strada, conquista a soli dieci anni il suo primo applauso
cantando con voce incredibile la Marsigliese a una folla commossa di
reduci dalla Grande Guerra. |
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da Film Tv (Emanuela Martini) |
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«Non credo che l'essere infelici sia un prerequisito per essere grandi artisti, o anche solo artisti. Al contrario, si deve far di tutto per non essere infelici», ha detto Olivier Dahan a proposito della protagonista del suo film, La vie en rose. Protagonista imponente, anche se fragile, e tale da incutere timore a qualsiasi cineasta: Edith Piaf, icona della musica, minuta, nervosa e presto minata nel fisico, ma dotata di una delle voci più appassionate e appassionanti del mondo. Nacque povera, crebbe in un bordello, fu cieca per un periodo dell'infanzia, cantò per strada, finì in galera. Ma la sua voce era irresistibile, e "la Môme' (il passerotto: il suo soprannome e il titolo originale del film) divenne un mito. Visse, amò, si drogò, ebbe un sacco di batoste dal destino, morì giovane. «Je ne regrette rien», dice una delle sue canzoni più celebri, drammatico inno alla vita e traccia ideale di un film che insegue la donna al di là degli stereotipi dell'artista ma, quasi inevitabilmente, non riesce a non farsene catturare: un po' troppo "mimetica" l'interpretazione di Marion Cotillard, un po' troppo di maniera certe ricostruzioni. Ben costruito sui flashback, La vie en rose ha il coraggio di rischiare sul mélo ma, a volte, si lascia prendere la mano dagli effetti e ricade nel luogo comune che vuole sfuggire. |
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TORRESINO
- giugno 2007
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