Prima la musica, poi le parole
di Fulvio Wetzl - Italia 1998 - 1h 40'

  

Una storia originale, un'attrice sempre verace (Anna Bonaiuto), una regia efficace. La riuscita di un "piccolo" film come Prima la musica, poi le parole del padovano Fulvio Wetzl parte da questi ingredienti essenziali. Si inizia con un antefatto un po' ermetico (e cinematograficamente poco scorrevole): Lanfranco (Jacques Perrin) è un marito autoritario e intellettuale, sua moglie (Amanda Sandrelli) ne subisce il sarcasmo e l'insensibilità (chiama "protuberanza" il suo pancione di mamma in attesa), la villa sulle colline toscane che li ospita fa da cornice solare ed estraniante ad una vicenda che, con un brusco salto temporale, ci porta a otto anni più tardi. Lanfranco, solo col figlio Giovanni, parla con lui un astruso linguaggio. All'improvviso è colpito da un infarto e le sue invocazioni d'aiuto sembrano lasciare indifferente il ragazzino. Mentre il padre si accascia davanti al computer, Giovanni esce di casa e si avventura nel mondo.
Così Prima la musica, poi le parole entra nel vivo di in racconto che si tinge di giallo, ma che non perde mai le coordinate di un accorato dramma infantile in cui l'incomunicabilità è in bilico tra il trauma psicologico e (si capirà alla fine) una indecifrabile perversione linguistica. Giovanni si ostina nei suoi "accarezzo ruzzolare" e "sabbia canta" e, mentre dottori ed esperti tendono a consideralo un caso clinico insanabile, solo Marina (la Bonaiuto) osa mettere in discussione le proprie sicurezze mediche, instaurando con Giovanni e il suo strano parlare un contatto fatto di affetto e disponibilità. Sarà uno spartito musicale a darle la chiave di lettura per dipanare il bandolo di una matassa narrativa e psicanalitica davvero intrigante e finemente costruita (Wetzl ha in mente Saussure e Chomski, ma anche
Hitchcock...)
Pur con qualche ingenuità e qualche ridondanza retorica, Prima la musica, poi le parole cresce via via in intensità nel rapporto emotivo col pubblico e l'illusione di realtà che lo accompagna diventa alla fine segnale di una pregnanza filmica fuori del comune (il fatto è del tutto inventato, ma taglio stilistico e sincerità narrativa lasciano tutt'altra impressione). Merito, come si diceva, di un'Anna Bonaiuto sempre professionalmente impeccabile e della intensa, spaesata presenza del piccolo Andrej Chalimon (ricordate
Kolja?), ma soprattutto di una ammirevole progettualità autoriale che, al limite della pretenziosità, riesce invece coerentemente a coniugare sullo schermo un racconto personale e toccante. Prima le idee, poi le immagini.

e.l. Il Mattino di Padova - 22 aprile 2000

TORRESINO
Don BOSCO