Reds
di Warren Beatty - USA 1981 - 3h 16'

  "Al posto giusto al momento giusto"

Alla voce John Reed (Portland/Oregon 1887 - Mosca 1920) l'Enciclopedia Europea della Garzanti dedica circa 1300 battute e così conclude "... La grande popolarità della sua opera e l'intransigenza della sua milizia rivoluzionaria fecero di Reed il modello per un'intera generazione di intellettuali di sinistra statunitensi". E il modello continua a valere, a quanto pare, se Warren Beatty ha impegnato un capitale di circa 40 milioni di dollari per realizzare il suo Reds, "vita, morte e miracoli" (giornalistici e romantici) dello scrittore americano. Incarnazione del reporter del grande evento (il motto "al posto giusto al momento giusto" viene riesumato nel corso del film, se per caso qualcuno non l'avesse riportato alla memoria da solo), Reed fu in Messico nel '14 con Villa e Zapata (Messico insorto), seguì le vicende belliche in Europa durante il primo conflitto mondiale (La guerra in Europa orientale, 1916) e, avvenimento fondamentale, prese parte in prima persona alla rivoluzione d'ottobre (I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919).
Interpretato dallo stesso Beatty, che gli dona una generosa prestanza fisica ed un accorato spessore umano, il John Reed di Reds vive la sua vita giornalistica e culturale con la medesima passione dei propri affetti personali. E il suo legame con Louise Bryant (Diane Keaton) si infervora non solo nelle dotte disquisizioni col loro giro d'amicizie (da Emma Goldman ad Eugene O'Neil), ma pure nella quotidianità di un "matrimonio" ora infantilmente romantico (quei candidi mazzi di gigli) ora brusco ed aggressivo, per le continue interferenze nel privato della professionalità di entrambi (il giornalismo infecondo di lei, quello acclamato ed estraniante di John): risuona spesso, tra le frasi gentili e le promesse d'amore, la battuta laconica di Louise, ammirata ma triste, "il tuo taxi ti aspetta"...
Conosciutisi in un'"intervista notturna con caffè", Reed-Bryant diventano una coppia focale nel Greenwich Village dei primi del Novecento, delineato ormai come "centro americano del dissenso". John, cronista partecipe delle lotte sindacali nel New Jersey, litiga col direttore del New Yorker (un calibrato Gene Hackman) per alcuni tagli di mediazione politica ("E' la verità" geme, per bocca di Reed, la tradizione libertaria della stampa americana, mentre fuori dai vetri cade una fitta pioggia dal plumbeo monito) e la tensione si trasporta in una crisi di coppia. Poi a Provincetown, tra il mare, la spiaggia e le recite teatrali con gli amici, torna l'armonia; ma una nuova uscita di lavoro di John vede Louise flirtare con Eugene O'Neil (Jack Nicholson, sempre bravo ma pure schiavo delle proprie smorfie).
E' una vita altalenante ma appassionata ("tu ami te stesso, con me fotti" gli rinfaccia Louise), con un amore moderno ed avanguardista (coppia aperta e superiore alla gelosia, almeno teoricamente) ed al contempo languido, tenero come nel più classico dei grandi romanzi ottocenteschi. Arrivano a lasciarsi (lei è in Francia per una fallimentare serie di servizi da Parigi) ma si ritrovano alfine sul treno per Pietrogrado ed ogni esperienza passata, d'amore e di lavoro, si rivela solo il preludio per la grande avventura bolscevica: magicamente legati nel cuore e nello spirito, i coniugi Reed si entusiasmano al canto dell'Intenazionale, vedono la ristrutturazione rivoluzionaria dell'"architetto" Lenin invadere le sale del Palazzo d'inverno, assistono partecipi e prendono appunti.
Rientrati in America, John Reed pubblica il celeberrimo reportage, poi si butta a capofitto nella politica e, nonostante i consigli di Louise ("sei un artista, non andare, non fuggire da quello che fai meglio"), torna in Russia per ricevere dal Comintern il riconoscimento del Partito Comunista Operaio d'America. Viene accolto a braccia aperte, senza però venire compreso nelle sue richieste né aiutato poi a far ritorno in patria ai propri legami personali ("tu hai già un posto sul treno della rivoluzione" taglia corto Zinoviev). E' arrestato dalla polizia finlandese mentre cerca di varcare i confini e resta a lungo nelle loro carceri; libero, ma bloccato ormai in Russia, va a fare comizi nelle regioni del Mar Caspio. Quando è di nuovo a Mosca, trova ad aspettarlo Louise che tra incredibili peripezie è riuscita a raggiungerlo, ma è un abbraccio solo intenso e momentaneo: colpito dal tifo, John passa gli ultimi giorni in ospedale. Morirà nel 1920, a soli 33 anni, e sarà sepolto, unico americano della storia, dentro le mura del Cremlino.
Al pianto di Louise (una grande Keaton capace di rendere con credibilità e sentimento tutte le sfaccettature di questa complessa figura femminile) si sovrappongono gli ultimi stralci delle interviste-commento di cui Beatty ha disseminato questa sua opera-seconda (la prima è
Il paradiso può attendere, 1978). Sono giudizi sempre molto personali (la testimonianze sono di personaggi reali, più o meno noti - c'è pure lo scrittore Henry Miller), talvolta futili, ma che danno all'insieme una precisione storica, un gusto più nostalgico che decadente (nonostante le rughe e la canizie); spesso impietosi verso la Bryant, in pieno accordo commemorativo invece per Recd, che fin dall'inizio viene definito "una brava persona, uno che lottava per i suoi principi".


E come John Reed era "una brava persona" così Reds è "un buon film" della tradizione hollywoodiana, "un'americanata" con alcuni difetti ma anche tutti i pregi del termine. Beatty guarda ad un personaggio, o meglio ad una coppia di personaggi, e da questa (e su questa) ricama un affascinante intarsio di quadri fotografici, di ricostruzioni storiche, di commenti appassionati, sociali ed umani oltre che politici. Pacifista convinto, trasportato nel vivo di eventi di sangue e di violenza dalla propria foga partecipativa (di ideali e di reportage) Reed-Beatty esordisce nel film pronunciando una parola emblematica, "profitti", che fa da perno non solo della cruda analisi politica sviscerata dal personaggio storico (riferendosi alle motivazioni di fondo del primo conflitto mondiale), ma pure della rischiosa operazione commerciale di un film lussureggiante nelle ricerche cromatiche (con Vittorio Storaro agguerritissimo per organizzare secondo il suo progetto - nei laboratori della Technicolor di Roma - lo sviluppo dei giornalieri e la stampa delle copie definitive) e prolisso nei 196 minuti di una composizione di episodi sentimentali, intellettuali e politici che vengono esaltati stilisticamente e contemporaneamente annebbiati (nella comprensione narrativa) da un montaggio ricercato ed incalzante che talvolta parla compiutamente per ellissi, ma che in altri casi sembra saltare le concatenazioni logiche per non saper esprimere il cosa e il come.
Ne esce in ogni caso un pastello di originale analisi socioculturale e di insolita iconografia sentimentale: il John Reed di Beatty si rifà certo a I.R. rivoluzionario romantico di Rosenstone, ma è altresì parente stretto, cinematograficamente parlando, degli eroi western di Richard Brooks (
I professionisti,1966) per i quali l'afoso itinerario fisico e morale si riassumeva "nella folgorante metafora della rivoluzione come grande amore, come causa sacra, come dea che a poco a poco si rivela una prostituta lontana da ogni idea di purezza e di perfezione, ma senza la quale ci si sente perduti"(Il Western, A.V. / Feltrinelli 73).
Eccessivo nella magniloquenza ma certo non pretenziosamente "militante", Reds è insomma sfacciato solo nel titolo: quel "rossi", nell'ottica umanitaria di Beatty, vuol dire forse più propriamente "passionali". E questo in riferimento non solamente alla coppia Reed ma a molta della sinistra americana, culturalmente critica verso il sovietismo burocrate (come rimprovera Emma Goldman-Maureen Stapleton, oscar come miglior attrice non protagonista) ed inquisitore ("la mia idea del comunismo non è quella del continuo sterminio dei dissidenti politici" prorompe Reed in Russia); talvolta dubbiosa (è Nicholson-O'Neil che ironizza "questi ti offrono una nuova versione del cattolicesimo irlandese"), spesso perdente non solo per colpevole superficialità "l'unico sogno del lavoratore americano è di aver abbastanza soldi per non lavorare") ma pure per poetico spirito sacrificale (come ha sottolineato Edgard L. Doctorow, l'autore di Ragtime e de Il lago delle strolaghe, nell'intervista fattagli da Beniamino Placido su La Repubblica).
Nel romanzo umano di John Reed c'è l'amore che scopre e cementa gli ideali, e rasserena gli animi, c'è l'idea fervida e contestatrice dell'arte ("bisogna essere un po' ribelli per essere artisti"), c'è la passione che gorgoglia sotto l'epicità della storia ed accende l'impegno, e c'è soprattutto l'essenza del mito americano, individualista e romantico: Beatty-attore grida in faccia a Zinoviev "se sopprimi l'unicità sopprimi il dissenso", il Beatty-regista ha voluto chiarire fin dai primi giorni di produzione, il senso del suo lavoro: "c'è stato un momento in cui l'ottimismo americano dell'Ottocento è uscito dalle frontiere e ha guardato al mondo. Accadde intorno alla prima guerra mondiale, e John Reed ne fu uno dei protagonisti... ".

e.l. Espressione Giovani luglio-agosto1982