...già ha riempito le cronache la sconvolgente proiezione del superfilm della stagione, Saving Private Ryan. Cruento e umanissimo, di grande impatto spettacolare e di sferzante monito morale, lo sbarco in Normandia di Steven Spielberg è un'intrusione etica nel grande apparato del film di guerra: un manipolo di uomini in missione per salvare l'ultimo "eroe" di una famiglia che ha già visto cadere al fronte altri tre figli ("riportate a casa quel ragazzo: fatelo per la madre, per propaganda, per il morale delle truppe" tuona il capo dello stato maggiore), sette vite a rischio in cambio di una, una lettura del genere bellico sanguigna e violenta (nella rappresentazione delle scene di massa), intima e tormentata nel conflitto delle coscienze. Quando, ad ottobre, arriverà nelle sale, l'impatto sarà fortissimo.

e.l. - La Difesa Del Popolo  - VENEZIA 6 settembre 1998

 

Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan) - Steven Spielberg - USA 1998 - 2h 43'
La leggenda del pianista sull'oceano - Giuseppe Tornatore - Italia 1998 - 2h 40'

  

      Salvate il soldato Ryan e La leggenda del pianista sull'oceano. Non è certo il caso di articolare il confronto tra i due colossal (in termini di durata, ambizioni e, con le debite proporzioni, impegno produttivo) sul piano del risultato commerciale: allo sbarco nelle sale italiane di Spielberg sta corrispondendo un'avanzata economica massiccia e debordante con oltre 15 miliardi di lire, il transatlantico con pianoforte di Tornatore ne ha imbarcati "solo" 5. Ma il paragone risulta più stimolante se li misuriamo in termini di struttura filmica.
Saving Private Ryan riaccende la memoria storica della seconda guerra mondiale attraverso lo sguardo di un vecchio americano in commosso pellegrinaggio ad un cimitero militare in terra di Francia. Il suo non è solo un ricordo personale (scopriremo nel finale la suggestiva ambiguità del "punto di vista" spielberghiano), è la summa della rivisitazione della fiction cinematografica sullo scontro cruento dello sbarco, filtrato dalla testimonianza dei grandi documentari di guerra anni '40, dalla ricca tradizione hollywoodiana del genere bellico (nobilitato da autori quali Walsh, Wellmann, Hawks, Fuller), dalla straordinaria verve figurativa di Spielberg, e dalla superba professionalità dell'equipe che lo circonda (su tutti il tecnico del suono Gary Rydstrom, lo stesso di Jurassic Park e di Titanic).
Gli ormai famosi venti minuti iniziali ad Omaha Beach sono una pagina-shock di grande cinema: il sibilare della pallottole, il fragore delle esplosioni, lo strazio dei feriti, l'orrore dei corpi dilaniati, il mare di Normandia che si tinge di rosso… La missione che poi il capitano Miller (Tom Hanks, perfetto: terzo
oscar?) e i suoi uomini intraprendono alla ricerca dell'unico sopravvissuto dei fratelli Ryan, tutti caduti sul campo, diventa un vero percorso morale attraverso le contraddizioni della guerra, l'eroismo e la codardia, il cinismo e la solidarietà.
Ci sono alcune cadute di tensione (e di ritmo), c'è uno straripamento retorico nella rappresentazione dell'"abbraccio" finale, ma il monito di Spielberg è invitto e straziante e il suo cinema sa rintuzzare un vecchio detto di Bogdanovich: "tutto il cinema possibile è già stato fatto". Certe emozioni, certi moniti ce li avevano già trasmessi Weir e Kubrick (citazioni "tonificate" quelle della battaglia vista sott'acqua -
Gallipoli-Gli anni spezzati - e dell'agguato del cecchino - Full Metal Jacket), ma la rilettura in Ryan è vera rigenerazione cinematografica: personale, magniloquente, incalzante, memorabile.
     Memorabile è certo anche
La leggenda del pianista sull'oceano, ma l'efficacia emozionale del film di Tornatore è di tutt'altro spessore, forzosa e, in fondo, effimera. L'idea è presa da un monologo teatrale di Baricco. Tornatore in sceneggiatura ha fatto un apprezzabile lavoro di ispessimento narrativo e la sua regia riesce bene a delineare il protagonista e la sua storia. Novecento (Tim Roth), orfano adottato dal transatlantico Virginian, diventa leggendario per la sua abilità di pianista eclettico e ispirato (i suoi accordi nascono dall'"interpretare" i volti dei passeggeri) e per la sua misantropia oceanica: incapace di scendere a terra, turbato dalla vastità geografica (e sociale) della metropoli rispetto alla finitezza del mondo del suo scafo viaggiante.
Il tutto è raccontato, con un sinuoso intrecciarsi di flash-back, dal suo unico amico, il trombettista Max, che evita il proprio fallimento esistenziale grazie al ricordo dell'esperienza vissuta accanto a Novecento, poiché "non sei mai fregato veramente se hai una buona storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla". Ed è illustrato da Tornatore con una sontuosità cinematografica avvincente. Dallo splendido entrare in campo del transatlantico (che avanza sullo schermo come fosse una tendina cinematografica), all'eclettica suonata notturna, con Novecento e il suo pianoforte (più Max) che scivolano all'impazzata per il grande salone della nave, durante una tremenda tempesta. Dal funambolico duello alla tastiera con il mitico Jelly Roll Morton, alla ricerca del pianista scomparso nei meandri della carcassa del Virginian: la regia si sbizzarrisce in inquadrature ardite, sontuosi movimenti di macchina, intensità di sguardi e di situazioni.
Eppure, con tutto il piacere della visione e la poeticità dell'insieme, La leggenda del pianista sull'oceano è pervaso da un senso di manierismo, di ricerca forzata di eleganza e suggestione. Come il suo pianista, Tornatore sa stupire i suoi passeggeri cinematografici giusto per il tempo di una traversata (filmica), non sa scendere a terra con loro, in vera tensione narrativa ed emotiva. Gli echi felliniani sono un prezioso bagaglio cinefilo, ma per un'epopea dell'amicizia e dell'intimismo così ambiziosa ci sarebbe forse voluta la vena struggente di
Sergio Leone
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ezio leoni - La Difesa Del Popolo  29 novembre 1998