The Hurt Locker
Kathryn Bigelow - USA 2008 - 2h 11'

Venezia 65° - Concorso

miglior FILM
miglior regista
miglior sceneggiatura originale (MARK BOAL)
miglior montaggio (CHRIS INNIS E BOB MURAWSKI)
miglior sonoro (PAUL N.J. OTTOSSON E RAY BECKETT)
miglior montaggio del suono (PAUL N.J. OTTOSSON)

Qual è la tecnica più efficace per disinnescare un ordigno, soldato? .- Quella che ti fa restare vivo, signore

    Dopo sei anni di assenza dagli schermi Kathryn Bigelow ha presentato in concorso un film sulla guerra in Iraq, così come avevano fatto lo scorso anno Brian De Palma con il bellissimo Redacted, che, ignorato dalla critica in USA, non ha purtroppo trovato regolare distribuzione in Italia e Paul Haggis con il commovente Nella valle di Elah, ispirato tra l’altro ad un articolo dello stesso giornalista Mark Boal, che ha scritto la sceneggiatura di The Hurt Locker.
Pur essendo film diversissimi tra di loro, si può affermare che lo spunto di partenza sia lo stesso: l’esigenza di mostrare, di raccontare quanto i media americani fanno di tutto per nascondere. Se De Palma lo ha sviluppato realizzando un film-denuncia sulla manipolazione delle notizie e delle immagini dal fronte e Haggis ha invece scelto la strada di un forte coinvolgimento emotivo del pubblico, la Bigelow ha affrontato il tema in modo se vogliamo opposto a quello di De Palma, optando per una narrazione il più realistica possibile, che rimanda ai grandi classici di guerra (Fuller, Hawks), ma ricorrendo ad un linguaggio fortemente contemporaneo: ciò che le interessa fare è portare l’occhio del cinema dentro il corpo stesso della guerra, per guidarci in questo viaggio allucinante tramite una sorta di visione soggettiva interiore.

 
 

La Bigelow ha dichiarato, in conferenza stampa di essere stata molto colpita dal reportage (premio Pulitzer) di Mark Boal, che ha vissuto per circa un mese in Iraq assieme a un gruppo di soldati scelti, incaricati di disinnescare le bombe.
“Quando mi ha detto che erano persone estremamente vulnerabili e che per disarmare una bomba, che uccide con un raggio fino a 300 metri, utilizzano solo un paio di pinze, sono rimasta scioccata. Quando poi ho appreso che sono volontari e che spesso questo lavoro li prende talmente da non potersi immaginare a fare qualcosa di diverso, ho scoperto che quello era il mio film….”
“La guerra è come la droga, crea dipendenza..” recita una didascalia in apertura del film. Se la guerra è l’inferno, perché sono in tanti a scegliere di combattere? In un’epoca in cui gli eserciti non sono formati da militari di leva, ma da volontari, perché tanti ragazzi scelgono di lanciarsi nell’azione militare e come vivono poi questa loro esperienza al fronte? Questi sono gli interrogativi a cui la Bigelow cerca di dare una risposta, raccontando la vita quotidiana di un gruppo di soldati appartenenti alla squadra EOD (Esplosive Ordinance Disposal) specializzata nella ricerca e neutralizzazione delle mine e, in particolare, del sergente James (Jeremy Renner), che, diversamente dai suoi compagni, sembra indifferente alla morte, lanciandosi con freddezza nelle imprese più rischiose, tanto da collezionare il record di 800 ordigni in un mese e che alla fine della missione non riesce a reintegrarsi nella vita familiare, per cui sceglie di ritornare al fronte.


Il film rende concreta la paura, ma anche l’adrenalina, necessaria per affrontare situazioni estreme, che carica di fascinazione dolorosa il conflitto e che diventa quasi una droga per tanti ragazzi che nella guerra, nel loro impegno in cerca di ideali, anche se apparentemente ne sembrano privi, trovano, oltre che uno stipendio sicuro, una loro identità, al di là di qualsiasi loro emarginazione o inquietudine.


The Hurt Locker è un titolo difficile da tradurre: letteralmente sarebbe la scatola del dolore, alludendo sia alle bombe che contengono la morte (che sono a loro volta contenute dai corpi dei kamikaze, ai quali vengono incatenate), sia più genericamente al luogo del dolore definitivo “alla massima sofferenza quando si sa di avere l’ombra della morte di fronte” , per usare le parole dell’autrice. Kathryn Bigelow sviluppa questa sua personale riflessione sull’orrore della guerra e sulle sue conseguenze su chi sceglie di esserne parte, realizzando, con uno stile iper-realistico, ma nello stesso tempo freddo e distaccato, una narrazione corale, senza focalizzare l’attenzione su un particolare personaggio o su una situazione fortemente coinvolgente, senza indulgere in sentimentalismi, nemmeno nella scena di più forte impatto emotivo del kamikaze bambino. La stessa scelta del cast tutto al maschile - che vede affiancati pochi volti noti, come Renner e Fiennes, ad altri interpreti non noti e a veri prigionieri iracheni delle truppe USA, rifiutando le regole dello star-system - contribuisce a creare un ritratto spietato della guerra, che sembra richiedere allo spettatore più una riflessione che una partecipazione.

Cristina Menegolli - MC magazine 24 ottobre 2008


promo

Ancora il conflitto in Iraq, ma "dentro" l'assurdità della guerra, attraverso la cronaca di un'unità speciale antimina, addestrata a prevenire gli attentati dei kamikaze. In una realtà di tensione paradossale la devastazione interiore del singolo sfocia in patologica assuefazione. Un racconto asciutto e incalzante, in cui l'identificazione col protagonista diventa effetto collaterale. Quasi un blackout ideologico (un film antimilitarista o filoimperialista?) per una regia adrenalinica di straordinaria tensione emotiva.

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