Zatoichi
Takeshi Kitano
- Giappone 2003 - 1h 55'

Premio speciale per la regia

   Fra coloro che conoscono e amano Takeshi Kitano la curiosità era grande: cosa sarebbe nato dall’incontro tra il grande regista giapponese ( Leone d’oro nel ’97 per Hana-bi), noto anche come bizzarro personaggio comico televisivo col nome di Beat Takeshi, e uno dei protagonisti più amati della cultura popolare giapponese, il guerriero cieco Zatoichi? Kitano ha accolto la proposta di cimentarsi con il film storico in costume come una vera sfida: riuscire a rinnovare radicalmente la tradizione partendo da un personaggio già caratterizzato e da elementi narrativi e formali ben codificati.>> Zatoichi è infatti il protagonista di un serial televisivo degli anni Sessanta–Settanta, amatissimo dal pubblico giapponese: massaggiatore cieco, egli si muove nel Giappone del XIX secolo, vagando di villaggio in villaggio; silenzioso e solitario, di fronte a ingiustizie o soprusi non esita ad estrarre dal suo bastone la Katana, la leggendaria spada dei samurai, e a difendere, con la sua straordinaria abilità, le sorti dei più deboli. Nel film del personaggio originale sono conservate solo le caratteristiche esteriori: il silenzio è lo stesso, ma anziché segno di riflessiva umanità esso diventa espressione di una maschera di ostinata impassibilità, che ha il volto dello stesso Kitano. Quel che rimane è una macchina da guerra, che agisce quasi meccanicamente e con sicura efficacia, ma dietro la cui azione non si intravede saggezza, ma una profonda "cecità" di fronte alla realtà. Se questa considerazione si fa strada un po’ alla volta, quello che colpisce subito è invece la varietà di effetti che Kitano regista ottiene dalla presenza di questo personaggio “di pietra” (capace però di trasformarsi in un attimo in una saetta) a contrasto con la varia umanità che gli si agita attorno. In primo luogo lo humor, che punteggia tutto il film, fino a vere e proprie gag comiche, ispirate al teatro delle sue prime esperienze, che il regista scherzosamente definisce "pause-caffè" tra un duello e l’altro. E perché il contrasto con le uccisioni non risulti troppo stridente, egli trasforma i duelli in vere e proprie esplosioni di colore: il sangue zampilla così abbondante e colorato (anche grazie all’uso del digitale) da diventare il protagonista delle sequenze, togliendo realismo alle situazioni e spostando l’attenzione sulla pura forma.
Ma l’elemento decisivo, grazie al quale Kitano vince la sua sfida, è quello del ritmo. L’idea è quella di valorizzare gli elementi ritmici già presenti nel film tradizionale di samurai: questo filo rosso, che percorre sotterraneamente tutto il film, si fa via via più esplicito fino ad esplodere nel finale: una sequenza sorprendente quanto coerente, che entusiasma e travolge, nel suo crescendo, lo spettatore.
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Licia Miolo - MC magazine 8 - ottobre/novembre 2003

LUX - dicembre 2003