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Venezia, Mostra del cinema del cinquantenario, grandi
celebrazioni (ma sempre con una certa moderazione),
grande giuria (Marcel Carné presidente, Luis Garcia
Berlanga, Mario Monicelli, Gillo Pontecorvo, Satyajit Ray,
Andrej Tarkowskiy e Valerio Zurlini); Lizzani finisce
dopo quattro anni il suo mandato e i meriti gli vengono
quasi all'unanimità riconosciuti (l'eccessivo accumulo
di pellicole - circa 150 in 10 giorni e la "trascuratezza"
dell'Officina, sono
i nei più evidenti): la Biennale cinema ha riacquistato
buona parte dei suo prestigio, nomi altisonanti l'hanno
onorata della loro presenza, la stampa le ha dedicato
pagine e pagine (La Repubblica e Il Tempo
in prima fila), la televisione l'ha vezzeggiata con gli
appuntamenti sornioni di Beniamino Placido.
Poi, quando il magico schermo si spegne e il leone alato
termina il suo balzo tra il pulviscolo colorato (a
proposito, dov'è finito il simpatico spezzone-emblema
del primo anno?), resta solo l'annuale archiviazione
storica, il pullulare dei commenti e, sempre
lussureggianti di prestigio, i fatidici premi. Leoni e Fenici,
premi speciali e menzioni, istituti bancari novelli
mecenati, teams di critici e intellettuali riuniti in
rapidi conclavi, tutto per dilatare la gamma dei "giusti
riconoscimenti". Il cinema cerca nelle premiazioni
di rito appigli sicuri per il proprio mercato e per la
propria storia, ma la dinamica più avvincente del suo
evolversi resta, per la "parzialità" di ogni
singolo spettatore, ciò che davvero riesce ad imprimersi
con la forza delle immagini nell'emotività del proprio
ricordo.
E cos'è la memoria soggettiva se non la "storia"
(memoria collettiva) in formato mignon, un tributo d'acquisizione
inconscia a ciò che (secondo il nostro parere) più
appare meritevole? Ogni nostro ricordo radicato non è
forse un premio personale a ciò che abbiamo ritenuto di
pescare e imbalsamare nel mucchio delle prime impressioni?
La nostra privacy di giudizio si consolida via via nel
potere evocativo delle nostre rimembranze schermiche e
quindi cercheremo ora di azzardare un'operazione di
pedante "lettura premíca", sfacciato riordino
globale della ridda dei riconoscimenti, cattedratici e
collaterali, enunciati e impliciti, realmente attribuiti
o non più che auspicati, spulciando nel mazzo dell'ufficialità
ma pure nella presuntuosa panoramica dei nostro pensiero.
Segnalazioni clandestine...
Così il nostro premio-tortura
va a Clodia Fragmenta,
due ore di sproloquio su immagini fisse di Francesco
Brocani, con tanto di puntigliosa descrizione verbale di
una sceneggiatura mai tradotta su celluloide. Il premio-documentario è invece per Highway 40 West di Hartmut
Bitonisky un "road film" (oltre 3 ore) da
Atlantìc City a San Francisco, con una splendida
saturazione del colore operata dal fotografo Axel Block.
Il premio-presenza a Rainer
Werner Fassbinder (3 film a sua firma, Querelle, Veronika
Voss, Attenzione alla sacra puttana, la sua estrema
interpretazione in Kamikaze 1989
e un reportage sulla sua figura di regista RWF: ultimi lavori osservati e
documentati), il premio
semplicità a Eva's
Dreams di Nadia Werba, una sincera riflessione
sulla riscoperta dell'affettività umana in una glaciale
New York.
Tutto materiale, questo, dell'Officina
(la rassegna "poareta") ma pure la sezione Mezzogiorno/Mezzanotte
merita alcune menzione speciali. A ET, l'extraterrestre
di Steven Spielberg per "sopraffino esempio di
fantapoesia al botteghino", a Robert Altman (Health) per "assiduità
esemplare nel concepire la direzione registica come opera
di evidente intelligenza"...
Ci fermiamo qui e veniamo alla "sezione regina",
Cinema 82
in cui subito vanno segnalati Woody Allen, perché "ironìzza su Shakespeare,
Bergman e se stesso con una squisita Commedia sexy in una notte di mezza estate"
e Paul Mazursky (Tempest) che "rivela un'inconscia
predisposizione per trasformarsi nel nuovo musicalmaker hollywoodiano".
Il film più brutto resta Il fratello maggiore di Francois Girod (incalzato
da Il buon soldato di Franco Brusati,
ma non dimentichiamo Oltre la porta
"sfirmato" da Liliana Cavani nella "vetrina" del
Cinema Italiano
82),
l'occasione perduta più grossa è quella di Férenc Kosa che col suo
Guernica instaura un lacerante
dialogo sulla pace ("l'umanità partorirà la propria pace"
è la frase più pregnante di speranza in tutto il Festival) ma poi
si perde in un secondo tempo di pedante inconsistenza, quasi "a
luce rossa"; il lavoro più leggero
(ma simpatico) è Sono in crisi di Fernando Colomo, l'attore
più standardizzato (ma con un suo fascino) risulta essere ancora
una volta Harrison Ford: lo troviamo in Blade Runner di Ridley Scott...
E premiazioni in "pompa magna"
(con tributo a W. W.)
E veniamo, con maggior correttezza espositiva,
ai premi ufficiali.
LEONE D'ORO per il miglior
film:
Lo stato delle cose
di Wim Wenders
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Il film di Wenders è un'opera ricapitolativa del lavoro del giovane
regista tedesco; la sequenza iniziale sembra introdurci in un remake
fantascientifico (da The most dangerous man
alive di Alan Dwann), in realtà le immagini che vediamo
sono soltanto il "si gira" del prodotto in questione (I
sopravvissuti), inesorabilmente destinato all'incompiutezza. Manca
infatti la pellicola, il produttore Gordon non dà più notizie di sé
dopo che se ne è ritornato in America (la lavorazione avviene invece
sulla costa del Portogallo in un'ambientazione - grande albergo con
piscina - decrepita e "incombente"1)
e Friedrich, il regista, cerca di tessere l'armonia della troupe,
che invece tende all'isolamento ed alla demotivazione: Dennis, lo
sceneggiatore, si richiude a guscio sul suo soggetto davanti alla
macchina da scrivere, Martin, il fonico, cerca di captare i suoni
della disgregazione collettiva o della sua chitarra elettrica, Bill,
il direttore di produzione, prova a programmare sull'elaboratore elettronico
una sceneggiatura ottimale, Julia, dieci anni, gira in super-8 la
sua intrigante partitura visuale2.
Friedrich3 fa ciò che può: con
"religioso rito" impresta all'attrice francese The searchers
di Alan LeMay (il romanzo da cui John Ford trasse l'omonimo capolavoro4), poi osa un mini-comizio autoriale
che esaspera i concetti wendersiani di un rapporto interagente tra
realtà e finzione e dell'assoluta indipendenza dell'opera dalle clausole
narrative: "le storie esistono solo
nelle storie, invece la vita scorre nel corso del tempo...".
Friedrich-Wenders è bloccato al suo nuovo progetto (n. 10, o meglio
9 e mezzo poiché, agli inizi della lavorazione di Lo stato delle cose, Hammett non era ancora stato ultimato5)
come il Guido-Federico di Otto e mezzo,
ma qui la crisi non è artistica, ma "capitalistìca".
Per trovare i fondi necessari il regista vola in America
e, chiusa la prolissa parentesi portoghese, il film
cambia ritmo: il bianco e nero del glorioso Henry Alekan
perde i grigi interiorizzati della staticità europea e
si carica dei chiaro-scuri di un'America tutta "larghi
spazi e buon rock".
In un finale pieno di feeling Friedrich-Wenders delinea
le estreme citazioni e spende la sua ultima notte
registica percorrendo Los Angeles accanto al ritrovato
Gordon che, irrimediabilmente condannato dai suoi loschi
traffici di denaro, vive un'esistenza di recluso-fuggitivo
su un mastodontico motorhome.
I due si scontrano sui rispettivi concetti di cinema6: "solo le zebre
usano oggi il bianco e nero" si autorimprovera il produttore.
"Quando entra la storia la vita se ne va" resta l'idea
base di Friedrich e poiché l'altro gli argomenta che "un film
senza storia è come fare una casa senza mura", ribatte sicuro
"lo spazio tra i personaggi può sopportarne il peso"
Si trovano d'accordo sulla potenza della morte ("tutte le
storie sono di morte... la morte è l'essenza di tutto") e
quando al mattino scendono dalla vettura-rifugio in Sunset Boulevard7I
appare all'improvviso chiaro che solo con la morte Wenders poteva
ricomporre il suo mosaico, esistenziale e descrittivo, immobile e
frenetico al contempo.
Gordon è abbattuto da un proiettile-giustiziere e
Friedrich-Wenders si tuffa visceralmente nell'aura di
morte per inebriarsi in un'affascinante sequenza di
cinema-cinema contemporaneo. Con la sua fida cinepresa
impugnata a mo' di revolver spazia circolarmente l'orizzonte
finché i sicari non aggiustano la mira anche su di lui:
l'immagine si impenna proprio come nel finale di Lightning over water-Nick's Movie...
Con tutti i suoi pregi questo splendido film tedesco deve
il suo riconoscimento in gran parte all'accanito impegno
del giurato Tarkowskij. Le voci di corridoio riportano
che è stato lui ad opporsi con fermezza ed
argomentazioni alla sfrontata campagna di Marcel Carné
in favore di Fassbinder. Luis Berlanga, incerto, non si
pronunciava, Monicelli e Pontecorvo cercavano di tirare l'acqua
al mulino italiano (Gli occhi la
bocca del rìgenerato Bellocchio), Satyajit
Ray prendeva troppo a cuore la propria nazíonalità e
"faceva l'indiano", ma Tarkowskij ha fatto il
diavolo a quattro ed è riuscito ad indirizzare tutti
verso Der Stand Der Dinge.
Un premio davvero meritato.
Premio
speciale della Giuria:
Imperative di
Krzysztof Zanussi
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Prima di Querelle
e Gli occhi, la bocca
era proprio questo il rivale più quotato di Wenders. Il
riconoscimento consola il regista polacco per il Leone
d'oro mancato (Imperative
è il lavoro più fortemente interiorízzato; per una
Mostra in vena celebrativa occorreva un'opera di forte
modernità cinematografica come Lo
stato delle cose), ma lascia ancor più la
bocca amara a Carné ed ai tifosi di Fassbinder: questo
premio speciale suonava implicitamente come già
destinato al maestro di Monaco di Baviera. Il suo Querelle, barocca e
degenerata discesa agli inferi (portuali) dell'essere
umano è moralmente abbrutente e stilisticamente
esasperato, ma quale occasione migliore di questa per una
"dedica alla memoria" a uno dei più grandi
registiautori contemporanei? In ogni caso la motivazione
per Imperative è di una lapalissiana
imparzialità: "un fibn che ha il merito di
affrontare con grande forza emotiva un tema arduo e
profondo quale la ricerca della libertà interiore dell'uomo".
Leone
d'oro per la miglior opera prima
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Un'assegnazione ex-aequo a Il sapore dell'acqua (anche
premio UNICEF) dell'olandese
Orlow Seunke (fin troppo appassionato recupero di un'adolescente,
regredita per i maltrattamenti subiti, da parte dì un ex
burocrate dell'assistenza sociale) e Sciopen (Italia!) dì
Luciano Odorisio. Che dire? Buon soggetto, discreta
sceneggiatura, mediocre regia che tocca il fondo all'inizio
(con Michele Placido e Giuliana De Sio goffi perfino nel
sessualeggiare) e risale un po' la china nell'ultima
parte...Non era meglio Il
pianeta azzurro (gli è stato assegnato
comunque il Premio Banca Cattolica
del Veneto per un nuovo autore)? Forse il film di
Piavoli resta soffocato da un'eccessiva staticità ittorìca
ma almeno rasserena con la sua fresca scintilla poetico-naturalistica
(ha riscosso le simpatie, tra l'altro, di Ermanno Olmi).
Il Premio
OCIC è scivolato (concedendo solo la menzione speciale al ben più
meritevole Imperative)
su Lefte funf Tage (Gli
ultimi cinque giorni) di Percy AdIon elogiandolo
poiché "con sobrietà e coerenza il film rende
partecipi di un incontro umano fatto di amore e di
rispetto. Nell'evocazione di un fatto autentico, la fede
cristiana illumina e dona ad una giovane donna dignità e
coraggio di fronte ad un regime totalitario". La
tragica fine di Sophie Scholl, studentessa ventunenne,
giustiziata nel 1943 dai nazisti per i fatti de "Ia
rosa bianca" è certo opera di forte dignità e
solidarietà cristiana, ma risulta claustrofobicamente
ripetitiva, tesa più alla noia che agli stimoli di rìflessione
dell'opera di Zanussi. Ad essa è andato in ogni caso il Premio Pasinetti, attribuito dagli
iscritti al Sindacato Critici Italiani. Questi hanno
insignito poi gli attori Susan Sarandon per Tempest (è la frizzante
compagna extraconiugale del protagonista John Cassavetes)
e Max Von Sydow che ne Il volo
dell'ingegner Andrée sfodera ancora una volta
la sua classe di interprete profondamente legato ai
valori intimi dell'uomo quali il dovere, l'amore, la
dignità, l'amor di patria, la morte.
Sempre in "zona attori" le due Fenici d'oro sono state
attribuite a Robert Powell (impeccabíle e vibrante
professor Augustin in Imperativ)
e a Beatrice Romand, la petulante ragazza da marito del
film di Eric Rohmer Il bel
matrimonio, un'opera piacevolmente scorrevole,
primo promettente capìtolo del suo nuovo ciclo tematico
commedie e proverbi.
Anche il premio
della giuria della Mostra per la
migliore collaborazione artistico-prolessionale è
servito a far risaltare i meriti di un'interpretazione,
quella di Julij Rajzman nel sovietico Castnaja zizn'(Vita
privata); un
lavoro molto lineare, su di un dirigente statale il quale,
andato in pensione, riscopre se stesso e la famiglia, un
modo diverso di intendere le cose. Un po' lento ma
approfondìto (tra l'altro, di sicuro, ben accetto nel
suo ambiente politico per l'assoluta mancanza di fermentì
sociali scomodi) Vita privata
merìta certamente un augurio di pronta distribuzione per
come sa dare ai personaggí un buon spessore comunicativo,
riuscendo a condurre in porto un gradevole ritratto di
rapporti umani.
Ultima citazione per Colpire al cuore di Gianni
Amelio che ha ricevuto uno dei tre premi che l'AIC (Associazione
Iniziative Culturali) ha istituito per la Mostra del
cinema. Dobbiamo esternare subito la nostra parziale
delusione per questo lavoro dell'autore de Il piccolo Archimede.
Questa volta il soggetto (sul terrorísmo e sui rapporti,
alla luce di questo, di un padre professore universitario,
in qualche modo coinvolto, e dei suo figlio adolescente,
in crisi tra affetti ed integrità morale) appare
pretenzioso e ambiguamente risolto; la regia più
calligrafica che incisiva, la recitazione tra l'interiorizzato
e l'impacciato. La resa sonora mina poi ciò che di buono
ugualmente riuscìva ad emergere: su un mondo che già
sembra procedere al rallentatore, con le cadenze di un
altro secolo, grava un irreale silenzio di fondo (a
quando un'accettabile presa diretta italiana?) ed una
colonna musicale quasi inesistente che portano Colpire al cuore nel regno
del falso realismo e dell'astrazione.
Lacrime nostrane (con consolazione
emíliana)
Tante parole "cattive" in chiusura
per il film di Amelio suonano come un personale, ennesimo
lamento per il cinema italiano. La
rassegna
in Sala De Sica non ha mostrato (per quello
che abbiamo visto) nulla di eccezionale: Sordi ha tenuto
tuttalpíù un tempo con Io so
che tu sai che io so, la "pompatissima"
(in raccomandazioni e battage promozionale) Cínzia
Torrini mostra buona confidenza con la macchina da presa,
ma distaccata partecipazione emotiva in Giocare d'azzardo, Marcello
Alíprandí è riuscito a far ricordare il suo Morte in Vaticano solo per
una parentesi osé in "prospettiva penitenziale",
La Voce di Brunello
Rondi (sulla giovinezza di Suor Teresa di Calcutta) frana
nel semplicismo retorico, Sconcerto
rock vorrebbe essere celebrativo, giavanilista,
iconoclasta, ma appare semplicemente e drasticamente
"sbracato"... Perfino il buon Maurizio Nichetti
scade da divertente a ridicolo, da poetico a patetico con
il suo nuovo Domani si balla.
La cosa migliore "fatta in casa"
resta (Grog, stringi
stringi, non ha molto costrutto) il ritrovato Bellocchio:
ne Gli occhi, la bocca
ha il coraggio di rivisitare se stesso con un po' di
follia, amarezza ed ironia. Ci troviamo di fronte ad un'altra
famiglia "sui generis" ("non ci sono
famiglie normali" sentenzia ad un certo punto il
protagonista), la famiglia Pallidissimi: il figlio
Giovanni, di professione attore, torna all'ovile per
rendere omaggio al corpo del fratello gemello Pippo che
si è appena suicidato con una pistolettata alla tempia.
L'occasione del rientro in un nucleo sociale di un greve
borghesismo (con "gli occhi e la bocca" all'erta
nell'ascoltare con distacco e nell'azzardare velenosi
giudizi) è anche verifica di un'esistenza
insoddisfacente sia come persona che come professionista.
Giovanni Pallidissimi incarna sia il deperimento della
carriera di Lou Castel ("sono passato di moda")
sia le inquietudini autoriali ma soprattutto familiar-sentimentali
di Marco Bellocchio: entrambi campioni di dissacrazione
nel 1965 con I pugni in tasca
cercano oggi di rileggere se stessi e pure il proprio
vecchio film. Giovanni va a "rivederselo" in un
piccolo cinema assieme a Vanda (Angela Molina), la
stranita ex fidanzata del fratello. Rivediamo scorrere la
sequenza in cui Lou Castel - Sandro "accompagnava"
la madre nel precipizio, ma di lì a poco il Lou Castel
di Gli occhi, la bocca
si trucca da fantasma di Pippo e "appare",
provvido e commosso a fianco del letto della madre,
ancora sconvolta e incredula. Il nuovo Bellocchio non ha
il ribellismo confuso de I pugni
in tasca ma neppure la pretenziosità
intellettuale di Salto nel vuoto.
E' un cinema spoglio, uno psicodramma irreale in cui un
mesto stagnare di frasi e di sguardi ("gli occhi e
la bocca" che non riescono ad esprimersi) si ravviva
all'improvviso in sprazzi stralunati se non pazzoidi
("gli occhi" che indagano, "la bocca"
che lacera il silenzio), in languidi desideri di
comprensione e affetto ("gli occhi" che leggono
nel profondo, "la bocca" che sussurra,
dolcemente). Con un'atmosfera che mentre si delinea
sembra ancora incerta sulle proprie connotazioni, con una
emotività o portata all'isterismo o ridotta all'osso ("prima
che finisca il film mi piacerebbe che tu cambiassi
espressione") il regista emiliano rivela, ancora
intatta, la sua sfacciataggine nel contorcerci sulle
proprie nevrosi. Non siamo certo al capolavoro, ma almeno
brilla una vivida verve autoriale: la carica vitalistica
che serpeggia ne Gli occhi, la
bocca rimane uno dei pochi, buoni segni di
speranza, qui al Lido veneziano, per il nostro panorama
nazionale.
e.l.
Espressione Giovani
settembre/ottobre1982
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