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Bande À Part

Jean-Luc Godard

Arthur e Franz, due cinici parigini, sono a corto di denaro. Incontrano Odile ad un corso di inglese e la giovane si lascia sfuggire che il maggiordomo di sua zia Victoria custodisce una grossa somma di denaro in un armadio. I due sono attratti entrambi dalla ragazza, ma molto di più dal denaro e progettano di fare un colpo. I due convincono Odile a diventare loro complice. La giovane, dapprima riluttante, accetta, anche perché infatuata di Arthur, ma le cose non andranno nel modo previsto… Una commedia brillante in cui sembra non si prenda niente sul serio è in realtà un film malinconico sull’amore e la morte”. Un film che è entrato tra i classici della filmografia di Godard e del cinema tout court.

 

 

 

Francia 1964 – 1h 35′

Come eravamo belli quando facevamo la rivoluzione (al cinema, con la Nouvelle Vague)! Quando il cinema si toglieva la maschera – la grammatica e la psicologia, l’illusione della realtà e il suo romanzo – per scoprire che la “mascherata” del cinema ne riusciva esaltata, (ri)diventava qualcosa di puro e di assoluto, piacere ozioso e misura di tutte le cose. Quando si invertiva il rapporto tra realtà e finzione, e il mondo se voleva esistere doveva farsi cinema. Era il 1964. Jean-Luc Godard, quattro anni prima, con À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro), aveva rivelato trucchi, regole e convenzioni, lasciando il “lavoro del cinema” in piena vista, smontando e rimontando suoni, immagini e parole, aprendo voragini in cui sprofondare, seminando allusioni e frammenti di senso. Bande à part è il frutto ludico di quella consapevolezza conquistata. Di quel cinema che si nutriva di cinema mentre ne ripudiava l’attitudine borghese a dare un ordine al mondo, a significare qualcosa di certo, importante, definitivo. Storia esile di due amici alle prese con una rapina maldestra, e della ragazza che completa il triangolo scaleno, vittima e complice di un B-movie dichiarato, come in uno di quei “romanzi economici”, dozzinali, a cui Godard si ispira, per girare il suo luminoso “noir”.
54 anni dopo, Movie Inspired ci consente di godere, in versione restaurata, questo sfavillante capolavoro di leggerezza sovversiva, con la sua musica che esplode e muore all’improvviso, la voce narrante che gioca con le attese del pubblico («Per lo spettatore che entra in sala in questo momento…», «Ora è arrivato il momento di descrivere i sentimenti dei personaggi…»), l’extra-filmico che diventa cinema (la gente che passeggia e si ritrova dentro il film con lo sguardo in camera), le battute ribattute dentro un cenno di montaggio sincopato… Sfrontato come una corsa dentro il Louvre – è lui, il museo, che guarda loro, il cinema di Godard, che attraversa il suo film, e non viceversa – per riuscire a visitarlo in 9 minuti e 43 secondi. Sfacciatamente naïf, come un minuto di silenzio che interrompe i suoni e sospende ulteriormente la sospensione dell’incredulità. E poi la mitica Simca cabriolet, le corse lungo la Senna, il dettato sulle parole di Romeo e Giulietta, il ballo a tre nel mezzo di un caffè, «come si dice in inglese “un grosso film da un milione di dollari”?», i titoli di cronaca nera e quelli sulle stragi in Africa, «Non vincerai mai Indianapolis!», Claude Brasseurs e Sami Frey, Anna Karina la “cosa calda e profumata” che assomiglia a un Corot, le calze di lei da infilare in testa, il rapinatore che si aggiusta la cravatta allo specchio, il mito del Sud (ma anche il Nord va bene), il duello per finta che mima Pat Garrett e Billy the Kid in realtà più vero di quello “vero”. Il classico è moderno. O per dirla con Eliot, «tutto ciò che è vero è per questo autenticamente tradizionale». Quanto è moderno, e vivo, questo Godard pre-sessantottino? E quanto è diventato inesorabilmente un classico!

Fabrizio Tassi – cineforum.it

Arthur e Franz, seguendo una segnalazione della loro amica Odile, stanno preparando un colpo in una casa nella periferia parigina. La vittima dovrebbe essere un pensionante della zia della ragazza, che tiene nascosta in soffitta una grossa somma di denaro. Per convincere Odile a lasciarli entrare in casa, i due prendono a corteggiarla a turno, con biglietti d’amore e inviti a ballare. Ma le cose non andranno come previsto. Questo tentativo di rapina ha un narratore che guida lo spettatore ed è anche capace di autoironia che spesso diviene riflessione sulla ‘messa in scena’ mentre riflette sui sentimenti dei personaggi.
È Jean-Luc Cinèma Godard (come lui stesso si definisce nei titoli di testa). Ci accompagnerà fino alla fine quando ci annuncerà un sequel (questa volta a colori) consapevole di star realizzando un film che entrerà a buon diritto tra i classici della sua filmografia e del cinema tout court. A partire dalla scena, omaggiata e copiata più volte, della visita a tempo di record del Louvre in cui la leggerezza della gioia dei tre protagonisti si fonde con la presa in giro degli americani. Godard sa bene come muoversi all’interno dei generi, a partire dai noir di serie B che cita esplicitamente (il soggetto trae ispirazione dal noir Fools’s Gold di Dolores e Bert Hitchens), nel raccontare di questa scombinata banda di aspiranti malfattori. Ma quello che più impressiona (e che lascia il segno nello spettatore che abbia una sensibilità che vada oltre la superficie della ‘storia’) è come in una vicenda apparentemente leggera sappia inserire segnali di cupezza che ne mutano il segno. A partire dal ‘gioco’ tra Franz e Arthur che fingono una sparatoria alla Billy the Kid che anticipa quanto accadrà più avanti.
Ancora una volta poi Godard si dimostra abile nell’offrire alla sua protagonista femminile una scena in cui possa emergere. Anna Karina, alla sua quarta prova con Godard e all’epoca sua moglie e musa ispiratrice, rifulge nella scena della lezione di inglese in cui sa mostrare con il solo sguardo si possa sedurre, sullo schermo e nella realtà. Realtà e sua rappresentazione che continuano a intersecarsi a tutto vantaggio di chi guarda (e impara).

Giancarlo Zappoli – mymovie.it

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