Dogman

Matteo Garrone

In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato. Garrone è capace di raccontare un’Italia marginale disintossicando la narrazione dalla volgarità standardizzata dei media e restituendo dignità ferita ai suoi personaggi.


Francia/Italia 2018 – 1h 40′

CANNES 2017 – Premio per l’Interpretazione maschile (Marcello Fonte)

 CANNES – È un fatto di cronaca atroce quello a cui si è ispirato Garrone per questo film, tanto atroce che il suo ricordo persiste nella memoria di molti di noi, ma la parola che ricorre di più nel film è “amore”.
Ed è un molosso aggressivo e ringhiante quello che compare nell’incipit, generando immediatamente nello spettatore, già predisposto, le aspettative più inquietanti, salvo poi trasformarsi in un giocattolone tenero e capace di suscitare il sorriso, una volta domato dal piccolo toelettatore, che asciugandolo col fon, gli fa assumere delle smorfie ridicole. Il bellissimo film di Garrone è interamente giocato all’interno di questi confini della crudeltà e della tenerezza, i cui contorni vengono sfumati in tutte le tonalità del grigio.
La centralità del tema dell’amore e del desiderio colloca quest’ultima opera a completamento di una possibile trilogia che comprende L’imbalsamatore e Primo amore. Anche questa si articola infatti attorno a un’ossessione portata talmente al punto di rottura da diventare in maniera inevitabile, e quasi naturale, criminale. Perché è nelle pieghe più nascoste e inconfessabili di questo sentimento, che il regista vuole indagare, mettendone in luce ogni volta aspetti riconoscibili a tutti, ma nello stesso tempo arcani, scivolando da sentimenti di amore paterno o di amore per gli animali, all’attrazione fatale per il male. Orrore e tenerezza convivono e si accavallano, coinvolgendo direttamente lo spettatore e deviandone continuamente le aspettative.
Tutto ruota attorno a Marcello, un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, dove all’occasione spaccia anche eroina, l’amore per la figlia Sofia, le serate con gli amici del bar e della sala giochi e un ambiguo rapporto di attrazione-repulsione per Simoncino, fisicamente ed emotivamente il suo opposto, un ex pugile, cocainomane che terrorizza l’intero quartiere. Ma su tutto incombe l’ambiente degradato e cupo di una periferia senza speranza (cui bene si presta come location quel non-luogo per eccellenza che è il Villaggio Coppola a Castel Volturno, dove venne girato anche L’imbalsamatore), che contribuisce a far percepire un costante senso di minaccia, di catastrofe incombente. Poco importa che questa atmosfera venga abilmente interrotta da Garrone con momenti lirici, come quelli che Marcello trascorre con la figlia immerso in un mare “luminoso e pulito” ad esplorare i fondali, sognando le Maldive o con momenti quasi comici, come quando prepara per i concorsi di bellezza i “suoi cani”, che chiama “Amore”, parola che però in bocca a lui perde qualsiasi connotazione sdolcinata in quanto ne testimonia la persistente umanità. Il pericolo è sempre lì che incombe.
E basterà uno sgarro qualsiasi perchè quest’uomo mite si trasformi in un personaggio dostoevskijano (il riferimento è a Memorie del sottosuolo), strumento quasi casuale di una vendetta terribile. Marcello è attratto da Vincenzino, perchè possiede quello che a lui manca, la forza, la violenza, ed è l’unico a difenderlo, ma non avrà pietà nel momento in cui questo, tradendolo, lo priverà di qualcosa che per lui è fondamentale: sentirsi parte di una comunità, essere benvoluto da tutti. Perché Marcello, come i suoi amati cani, sente l’ancestrale necessità di essere branco e di far parte di qualcosa che si considera più grande di se stessi. Perchè l’amore è anche questo: il bisogno di sentirsi amati.


Garrone non indulge nella spettacolarizzazione della violenza, procede per sottrazione, per retrocedere al livello emotivo e desiderante di Marcello, all’inanità dei suoi sforzi. Marcello agisce per il suo desiderio, ma quando lo mette in pratica capisce che è irrealizzabile. Dopo averlo visto vagare tutta la notte con l’enorme cadavere sulle spalle, in una delle più belle e struggenti sequenze del film, lo ritroviamo all’alba solo come (e con) un cane, con un cadavere accanto. Il dolorosissimo sorriso di Marcello Fonte è l’immagine più adeguata a comprendere il senso del film, un film sull’eterno conflitto irrisolvibile tra desiderio e delusione dell’appagamento, sullo squilibrio tra lettura della realtà e realtà stessa, sul conflitto interiore con le proprie pulsioni naturali.

Cristina Menegolli – MCmagazine 46

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