Dovlatov

Aleksey German Jr.

 Russia/Polonia/Serbia 2017 – 2h 6′

 BERLINO – Il giornalista e scrittore russo Sergei Dovlatov (1941-1990) non è molto conosciuto in occidente e (per molto tempo) neanche nella madre patria. Esiliatosi negli Stati Uniti, poté tornare in Russia solo nel 1989, nel nuovo clima propiziato dall’era Gorbaciov, in tempo per vedere pubblicati i suoi scritti. Morirà poco dopo. Il film presentato da Alexej German Jr. ne segue le vicende per soli sei fatidici giorni, dal primo al sette novembre 1971 (sono i giorni precedenti la sua fuga in Occidente) ma il ritratto, o meglio il grande affresco che ne esce dell’ambiente e della società (letteraria e non solo) dell’epoca, è straordinariamente profondo.


Non è inutile ricordare che c’è un aspetto autobiografico nella storia poiché il padre del regista, Aleksei Yurevich, pur se famoso e riconosciuto in patria, era riuscito, a causa dell’ostracismo delle autorità, a girare solo 5 film in tutta la sua vita.
Siamo nel 1971, passata la breve euforia kruscioviana, e Breznev ha di nuovo imposto le ferree regole della precedente era sovietica in campo artistico. Sergei (l’attore croato Milan Maric) è un ragazzone nei suoi trent’anni. Una figlia, separato dalla moglie, Sergei vive con la madre, ma di una cosa è sicuro: ha sempre sognato fin da bambino di essere uno scrittore. Non essendo membro però della onnipotente Unione degli Scrittori, nulla di quello che scrive viene pubblicato. Non è esattamente un dissidente, non si interessa quasi di politica, solo non vuole piegarsi alle direttive dell’establishment, secondo cui i testi presentati per la pubblicazione devono sempre essere positivi, ottimistici, possibilmente esaltanti le imprese del nuovo uomo sovietico; e poi niente bizzarrie stilistiche, soprattutto niente depressione né nichilismo, né disfattismo; niente fantasie o fughe dalla realtà (in pratica tutto quello che da sempre fa la “buona letteratura”, in tutti i tempi e sotto tutti i cieli!). Per sei giorni, con sullo sfondo i preparativi per l’anniversario della rivoluzione, seguiamo il peregrinare di Sergei per uffici, case editrici, redazioni, ma niente. Solo rifiuti.
Unica eccezione, la rivista aziendale dei cantieri navali (!): dovrebbe confezionare un panegirico pseudo-colto (fingendo di intervistare i più famosi scrittori russi, da Cechov a Dostojevski) sui mirabolanti successi dell’industria cantieristica. Lui rifiuta, e cerca rifugio tra i suoi simili. E sono riunioni di letterati, letture di poesia, jazz club mascherati, atelier d’artista. E soprattutto lunghe passeggiate con l’amico del cuore il poeta Joseph Brodsky (futuro premio Nobel, morto nell’87, sepolto a Venezia) che lo precederà di poco nel l’esilio.

La bellezza del film, la sua estrema poesia, è tutta visuale, nella ricreazione puntuale degli ambienti dell’epoca, nelle facce (le belle facce da persone “vere”e vibranti che nel nostro occidente standardizzato sono sempre più rare), nei dialoghi e nelle espressioni. Alternate, le scene di esterno, con la stessa magica,,quasi onirica, atmosfera della San Pietroburgo di neve e nebbia che avevamo già visto nel precedente Under Electric Clouds. Ed ecco i tristi incontri con la moglie e la figlia, alla quale Sergei, sempre senza soldi, non riesce neanche a comprare una bambola (peraltro introvabile all’epoca), la tentazione di avvicinarsi al sub-mondo che lo circonda, dedito al mercato nero e contrabbandi vari; ma senza perdere l’ironia: con uno dei caporioni si passa per membro del KGB e minaccia di riferire “al commissario Maiakowski”!
Simbolica nella sua tragicità la scena del cortile della Unione degli Scrittori, dove bambini ignari vengono lasciati giocare coi pacchi di dattiloscritti lasciati dagli aspiranti alla pubblicazione. E poi l’estremo, triste tentativo di ammansire con una bottiglia di cognac, durante una festa, il politico importante, il quale, pur avendo apprezzato il suo romanzo, lo liquida con un “ma perché parli sempre dei campi di prigionia? La Russia ha bisogno di altro deve guardare al futuro”.  E di nuovo, i colloqui con Brodsky, il dubbio eterno in queste situazioni. Cos’è più giusto, rimanere a lottare in patria o andarsene? La fuga è un tradimento o un atto di coraggio?
Nonostante il ritmo volutamente lento, le oltre due ore passano d’incanto, tanto che Dovlatov sembrava il favorito per l’Orso d’oro… Ha dovuto accontentarsi di quello, peraltro meritatissimo, per i costumi e la scenografia.

Giovanni Martini – MCmagazine 45

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