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The Children Act – Il verdetto

Richard Eyre

Mentre il suo matrimonio con Jack vacilla, l’eminente giudice dell’Alta Corte britannica Fiona Maye è chiamata a prendere una decisione cruciale nell’esercizio del suo ruolo: deve obbligare Adam, un giovane adolescente malato di leucemia, che per motivi religiosi rifiuta di sottoporsi a una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita. In deroga all’ortodossia professionale, Fiona sceglie di andare a far visita ad Adam in ospedale e quell’incontro avrà un profondo impatto su entrambi, suscitando nuove e potenti emozioni nel ragazzo e sentimenti rimasti a lungo sepolti nella donna. L’efficace semplicità della regia si mette al servizio dei propri interpreti: a volte può sembrare fin scontata nelle sue scelte, ma si rivela essenziale per esaltare la prova di recitazione di una strepitosa Emma Thompson.

 

 


Gran Bretagna 2017 – 1h 45′

Maniaci dell’adrenalina: astenersi. Amanti dell’intelligenza cinematografica: mettersi in fila. Il nuovo film di Richard Eyre, Il verdetto (già annunciato come The Children Act – La ballata di Adam Henry, rispettivamente il titolo originale e quello italiano del libro di Ian McEwan da cui è tratto) potrà sembrare a qualcuno «troppo scritto», magari anche un po’ «vecchio stile» ma è un tale piacere da vedere che ogni possibile appunto finisce per scivolar via. Ripeto: bisogna apprezzare un cinema di tipo classico, costruito secondo le sue regole d’oro, con la presentazione dei personaggi – qui una giudice e un giovane imputato con, in secondo piano, il marito della magistrata – poi l’insorgere di un problema capace di mettere in discussione le scelte professionali della protagonista (ma anche di aprire qualche crepa in quelle private) e infine il tentativo di soluzione o almeno di riconciliazione degli opposti, visto che non siamo più negli anni in cui l’happy ending era un obbligo di legge.Una storia che fila via dall’inizio alla fine, senza intoppi se non quelli inventati dallo sceneggiatore (lo stesso romanziere: Ian McEwan) e messi in scena dal regista, ma che alla fine ti fa dire: perché in Italia non siamo capaci di fare un film così? E soprattutto: perché in Italia non abbiamo un’attrice così? Sì, perché una buona parte del fascino di Il verdetto sta nella prova di Emma Thompson, straordinariamente vera e appassionante in un ruolo che sulla carta rischiava di essere respingente.
Giudice dell’Alta Corte londinese, a capo della Family Division, Fiona Maye fa capire fin dalle primissime scene di aver sacrificato il marito al lavoro: fredda, metodica, razionale, ricorda a tutti, a cominciare dallo spettatore, che «in tribunale si applica la legge e non la morale» frenando così ogni possibile empatia. McEwan e Eyre ne fanno uno di quei campioni del proprio lavoro e del proprio dovere che nemmeno la prospettiva di veder fallire il matrimonio sembra capace di mettere in crisi. A sconfiggerla, potrà essere solo il lavoro e il dovere, sotto forma di un caso che non si chiuderà come i precedenti dopo la sentenza. Anche qui sta l’intelligenza del film (e del libro da cui è tratto, che però la sceneggiatura non segue pedissequamente), nell’evitare cioé ogni deriva melodrammatica e «costringere» la sua protagonista a provare sulla sua pelle – e sul suo cuore – le conseguenze di quella rigidità dietro cui cerca di proteggersi. Se l’abbiamo vista all’inizio del film capace di evitare ogni «ricatto» emotivo (e mediatico) di fronte al caso di due neonati siamesi, allo stesso modo la donna pensa di poter fare dopo la sentenza su un minorenne che, in nome della sua fede (è testimone di Geova, come i genitori), vuole rifiutare cure che comportino delle trasfusioni. Ma quello che Fiona pensava di aver chiuso dentro le stanze del tribunale, si materializza fuori, costringendola a fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni. Professionali ma anche private visto che il marito l’accusa dello stesso «peccato» di cui le scrive il giovane imputato: non accettare il contraddittorio, non spiegarsi.
Come queste cose prendano forma nel film lo lasciamo al piacere della visione. Qui vale la pena di sottolineare l’efficace semplicità di una regia che si mette al servizio dei propri interpreti (la Thompson naturalmente, ma anche Stanley Tucci nei panni del marito, Fionn Whitehead in quelli del giovane che rifiuta le cure e il solo apparentemente secondario Jason Watkins nel ruolo dell’assistente-segretario) e che a volte può sembrare fin scontata nelle sue scelte (Bach che accompagna la scena della trasfusione obbligata). Ma che si rivela essenziale per esaltare la prova di recitazione di una strepitosa Emma Thompson: senza far ricorso alle parole, sa trasmettere con la sola mimica corporea l’idea di una donna «prigioniera» di se stessa e delle proprie convinzioni, bloccata dalla propria austerità e da un ruolo che non la abbandona nemmeno quando è sola in casa. Sempre seria e composta, almeno fino a quando saranno il dolore e le lacrime a farle cadere la maschera che si è imposta. Un’attrice immensa.

Paolo Mereghetti – Il Corriere della sera

Niente sesso, siamo inglesi. L’incipit lo rubiamo alla rivista Sight and Sound. Anche se in The Children Act – Il verdetto non c’è traccia di umorismo, bensì di sentimenti strazianti e vive pulsioni dell’anima ricoperti da un sottile strato di frenante formalità culturale da alta società britannica. Il matrimonio della 59enne giudice Fiona Maye (Emma Thompson, inarrivabile e suprema) va a rotoli, e nella corte del tribunale da lei presieduto deve contemporaneamente decidere sul caso di Adam Henry, un diciassettenne figlio di Testimoni di Geova, che per principi religiosi rifiuta le trasfusioni di sangue che gli salverebbero la vita.
L’incontro con il minorenne Adam sul letto d’ospedale, inusuale per il protocollo e i codici della giustizia, avrà conseguenze decisive sul verdetto che la donna emetterà, come sul rapporto in frantumi con suo marito (Stanley Tucci), ma soprattutto sul rinnovato slancio vitale del ragazzo morente (Fionn Whitehead). Affidato nelle delicate e composte mani di un regista british drama come Richard Eyre (Iris, Diario di uno scandalo), The Children Act rimane chiaramente una riflessione attorno al basculante crinale dell’etica pubblica di fronte allo scontro tra religione e scienza; ma assume un ulteriore spessore drammatico, anzi attorno al minuto cinquanta diventa un altro film, ancora più compatto e vibrante, concentrando la voluminosità dell’intensità drammaturgica nella classica crisi sentimentale che travolge i protagonisti dei romanzi di Ian McEwan.
Già, perché The Children Act è tratto dal tredicesimo titolo dello scrittore inglese che qui si prodiga nella realizzazione di una sceneggiatura asciutta, e senza sbrodolature da io narrante, che a memoria di chi scrive risulta molto meglio del claudicante romanzo. Dicevamo della compostezza del tratto fine ed essenziale di Eyre, ma la standing ovation è tutta per la Thompson. Racchiusa in un ruolo sociale rigido e imparruccato, ma comunque conquistato alla pari degli altri uomini, Fiona è il nucleo pulsante del film. La coriacea corazza che nemmeno il marito con scappatella annunciata riesce a scalfire, viene tagliata come burro dalle ovvie velleità di un adolescente (un Whitehead un tantino anagraficamente fuori parte, ma ci sta). Dopo che Fiona ha diretto narrativamente il traffico, come un vero giudice per tutto il tempo del racconto, la sua performance finale con trasformazione di voce, corpo e azione è qualcosa di cinematograficamente e poeticamente memorabile.

Davide Turrini – Il fatto quotidiano

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