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Un affare di famiglia

Kore'eda Hirokazu

Giappone. Una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese cerca di far quadrare i conti commettendo piccoli furtarelli nei negozi. Quando incontrano una ragazzina che pensano essere senza casa, sono felici di accoglierla in casa, ma presto scoprono la verità su di lei e alcuni segreti vengono alla luce. È il conflitto tra legge morale e legge sociale ciò che anima questo spiazzante ritratto di famiglia allargata. Una commedia che volge al dramma, a cui accostarsi amabilmente o da rifuggire come insostenibile.


Shoplifters
Giappone 2018 – 2h 1′

 CANNES – Ancora una Palma d’oro di fronte alla quale mi trovo sconcertato e isolato, di fronte al giudizio positivo della maggior parte della stampa specializzata, italiana e straniera. Il fatto è che Hirokazu Kore Eda, regista vincitore a Cannes con Shoplifters, ha senz’altro alle spalle una coerente ventennale parabola artistica, con ben cinque presenze sulla Croisette di cui una (Father and Son) insignita del Gran Premio della giuria nel 2013. In questo senso (come già accaduto con Audiard per Deephan due anni fa) la Palma d’oro potrebbe essere vista quasi come un premio alla carriera.

Lo sguardo di Kore’eda Hirokazu si concentrava sempre su un nucleo famigliare con un’attenzione particolare però su famiglie asimmetriche, diverse, disfunzionali in tutte le possibile declinazioni. A cominciare dalla incredibile vicenda (ispirata, come quest’ultima, a un fatto di cronaca) di Nobody Knows, coi quattro bambini nascosti e poi abbandonati dalla presunta madre in un appartamento di Tokyo. Passando poi per Father and Son, dove il sempiterno tema dello scambio di neonati veniva rivisto come lo scontro tra due diversi tipi di genitore (il manager in carriera e il modesto artigiano) e due concezioni di vita e di educazione. E arrivando più recentemente al rasserenante Little Sister, sulla possibilità della famiglia e di una “sorellanza allargata”, e al tormentato Ritratto di famiglia con tempesta. Al centro sempre il tema dei rapporti parentali, della famiglia intesa come scelta e non solo come destino predeterminato, delle dinamiche all’interno della famiglia stessa. Il tutto con la sua cifra stilistica inconfondibile e molto giapponese di sobrietà, eleganza, rigore. La macchina da presa attaccata ai corpi, agli oggetti, i dialoghi apparentemente semplici, i primi piani (gli occhi soprattutto) dei bambini che tutto dicono o fanno intuire. A fare da sfondo, il ritratto di un paese profondamente diviso in classi, con un sottoproletariato al limite della indigenza, ben lontano da quello che immaginiamo in Europa.
Ma veniamo a Shoplifters (che significa letteralmente “famiglia di taccheggiatori“, ma uscirà  col più rassicurante titolo Un affare di famiglia). La vicenda: di ritorno da uno dei consueti giri di furti nei supermercati, Osohu, il padre, e Shota, il figlio adottivo, si imbattono in una bimba di un cinque anni,Yuri, in lacrime e con evidenti segni di maltrattamenti su gambe e braccia. Invece di cercare i genitori o la polizia o i servizi sociali (come faremmo noi benpensanti), la portano a casa neanche fosse un gattino randagio, la rifocillano e praticamente la adottano, arrivando (come si vedrà in seguito) a tagliarle i capelli per farla sembrare un maschietto e cambiarle il nome in Rin. In casa (un angusto, sporco, disordinato basement di un palazzo peraltro abitato da gente normale) facciamo la conoscenza del resto della famiglia; la moglie Noboyu, impiegata in una lavanderia, la nonna Kiki, ex-prostituta ma assegnataria di una modesta pensione che è l’unica entrata fissa su cui contare, per finire colla figlia Aky, spogliarellista ‘web cam’ in un peep-shop.
Poco succede (a parte una terribile scena di sesso tra marito e moglie). I figli non vanno a scuola, non si lavano, mangiano sempre; è un continuo prodigarsi in attività illecite, tipo farsi mandare soldi da parenti lontani eccetera. Finché, al ritorno da una gita al mare dove tutti, compresa la bimba, sembrano felici, la vecchia muore di un attacco cardiaco e i due sposi discettano di come seppellirla nel giardino dove tra l’altro, apprendiamo, il nonno la ha già preceduta. Sulle tracce di Yury, arriva la però polizia (in rappresentanza della rigida insensibile morale nipponica) e porta via tutti. Interrogati, i quattro cadono dalle nuvole; non pensavano di fare nulla di male, e in ogni caso la bambina stava meglio con loro…
Evidenti le tesi di Kore’Eda: esiste in Giappone un nuovo proletariato urbano, legato a lavori mal pagati che non riesce a vedere una via d’uscita, e soprattutto l’idea che una famiglia, qualsiasi famiglia è sempre meglio di niente. L’importante è volersi bene. Deve essere stata questa percezione a far sciogliere in lacrime e largheggiare in approvazione acritica la giuria (a maggioranza femminile ) e poi i recensori dal festival. Scusate ma non siamo d’accordo. Dove gli altri hanno visto poesia, noi abbiamo visto solo squallore.
Al di là dell’eleganza formale (bellissime le scene degli interrogatori finali) e pur riconoscendo il merito di farci conoscere un Giappone inedito, che non è certo più l’impero dei segni e neanche l’impero dei sensi, bensì un universo ingiusto ed escludente, come tutte le periferie del mondo, Shoplifters è un film assurdo e, se mi è lecito dirlo, immorale. Un conto è esaltare la centralità della famiglia, un altro giustificare questa che è più che altro una società di mutuo soccorso tra individui ripugnanti. La famiglia, quella vera, dovrebbe essere, qui come in Giappone, in primo luogo la cinghia di trasmissione di valori morali. Il contrasto tra la supposta naturalità, sincerità di questa compagine e il mondo di fuori arriva a risultare falso. I poliziotti sono rappresentati come gli agenti di una qualche società coercitiva dei naturali istinti dell’uomo, lontani da essere visti come i rappresentanti di un mondo, giapponese o no, che ha raggiunto un minimo di equilibrio e dove la difesa dell’infanzia viene sempre al primo posto. E ciò che invece sembra valere è un pacificatore populismo proletario: i genitori picchiavano la piccola Yury e allora decidiamo di tenerla noi che sappiamo amarla. Siamo poveri e allora abbiamo diritto di fare tutto. Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò.

Giovannni Martini – MCmagazine 46

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