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Parasite

Bong Joon-ho

È la storia di Es in fuga dalla Palestina alla ricerca di una patria alternativa o di una terra che lo accolga. Si renderà conto che il suo paese d’origine lo segue come un’ombra. La promessa e la speranza di una nuova vita si trasformano rapidamente in una commedia dell’assurdo: da Parigi a New York, c’è sempre qualcosa che gli ricorda casa. Una commedia piena di satira e ironia su questi anni in cui la Palestina è diventata il mondo. Quello di Suleiman è cinema puro, puzzle di visioni poetiche piene di originalità che spiazzano e, amaramente, divertono.

Corea del sud 2019 (132′)
CANNES 72°: Palma d’oro

  Parasite, parassita, del sudcoreano Bong Joon-ho, Palma d’oro di Cannes, è uno straordinario film che sa unire il potere sociale della metafora alle leggi del thriller. Va raccontato poco per non intaccare il percorso narrativo emozionante, cosparso di bombe a orologeria: 132’ senza guardar l’ora. Si racconta il trasloco di una famiglia disperata che sta nel sottosuolo a Seul (un albergo dei poveri alla Gorkji) nella villa «disegnata da un architetto giapponese», d’una ricca famiglia che abita l’agio senza passione del design.
La qualità del film, oltre l’umorismo disperato di fondo, sta nel modo in cui lo si osserva: al microscopio è la storia di un maxi imbroglio, con molte altre sorprese e qualche stoccata alla Corea del Nord; ma al telescopio vi porta lontano in una metafora sociale (e pure climatica) crudele più de Il servo e Teorema perché oggi anche gli umiliati e offesi desiderano la ricchezza dei padroni: non c’è più lotta ma soltanto truffa di classe. Il regista con cinica violenza cosparge il film di trovate interscambiabili nel bilancio di un incubo grottesco, reale nella polemica e surreale nello svolgimento, straordinario nell’unire i due fronti.
Alla fine è un atto di accusa che si assapora con grandissimo «divertimento» e trattenendo il fiato. Attori ciascuno a suo modo straordinari nella minuscola precisione d’ogni ricatto psicologico, ma insieme scenario di un’umanità senza speranze e senza alcun miraggio morale al di fuori di un’algida agiatezza.

Maurizio Porro – corriere.it

Per Bong Joon-ho il suo nuovo film Parasite, in Concorso a Cannes 72, è “una commedia senza pagliacci e una tragedia senza cattivi”. Il regista coreano di Memories of Murder, Okja e Snowpiercer porta alle estreme conseguenze il concetto, l’identità e l’habitat familiare, volendone misurare la resistenza e, di più, isolare il precipitato: Parasite è un crash-test, giocato sul raddoppio, la sostituzione, la conquista e la truffa, di corpi, relazioni – sì, anche servo-padrone – e sentimenti.
Bong chiede esplicitamente di non spoilerare, anzi, di non dire quasi nulla, e lo accontentiamo, basti dire che la famiglia di Ki-taek, lui, moglie, figlio e figlia vive in un seminterrato con vista marciapiede – e le pisciate degli ubriachi – e fa fronte a un poker di disoccupazione: il futuro è incerto, se non miserabile. I quattro sono uniti, affiatati, amorevoli, sebbene in quella convivenza forzata e prostrata incubino forse i germi della violenza e della dissoluzione, però la svolta è vicina: il figlio Ki-woo è raccomandato da un suo amico, studente in un’università prestigiosa, per un tutoraggio a domicilio ben retribuito. Ki-woo conosce Mr. Park, proprietario di un’azienda di IT, e la sua ingenua sposa Yeon-kyo, viene assunto e decide di non fermarsi lì: non potrebbero trovare impiego anche i suoi familiari?

Commedia per virtù e tragedia per necessità, Parasite è conflitto sociale, sconto di classe e guerra tra poveri, senza darne – troppo – adito: si sorride, si ride, si rimane di stucco, ma a non trovare soluzione di continuità è l’ineluttabilità, la meccanicità, l’inesorabilità di vite, morti e – sparuti – miracoli. Le affinità tematiche, e financo ideologiche, con la Un affare di famiglia, Palma d’Oro dell’anno scorso, si sprecano, però Parasite si ritaglia spazi di manovra da operetta morale, pamphlet sociale, distopia multifamiliare…

Federico Pontiggia – cinematogarfo.it

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