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PJ Harvey – A Dog Called Money

Seamus Murphy

Un documentario sulla cantante Pj Harvey, un viaggio attraverso l’intimità, le emozioni e le culture della sua musica. Immagini e suoni che sanno fondersi in un’esperienza cinematografica affascinante.

GB/Irlanda 2019 (94′

Musica e fotografia insieme, il documentario di Seamus Murphy (prima regia) è l’unione delle immagini del regista e delle parole e delle note di PJ Harvey. La musicista britannica ha infatti accompagnato più volte il fotografo irlandese nei suoi viaggi, in Afghanistan, Kosovo e a Washington DC. È da questi giri e da un articolo del Washington Post che nasce “The Hope Six Demolition Project” che contiene 11 tracce ed è stato registrato in uno studio costruito appositamente a Londra e pubblicato nel 2016.
Ha spiegato Murphy: Polly e io ci conosciamo e ci fidiamo l’un l’altro. Abbastanza per lei per viaggiare con me in Afghanistan e in altri luoghi stimolanti, e per me credere che viaggiare con lei sarebbe stato qualcosa che avrebbe creato una magia. Poi mi ha invitato a stare dietro un vetro per filmare ogni momento della registrazione delle canzoni che ha portato indietro. Individualmente e insieme, questa è la nostra risposta a ciò che abbiamo incontrato in questi viaggi.

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I
nizia con un’immagine di bellezza tragica, che come tutte le visioni decadenti ha qualcosa di misteriosamente attraente. È una sala abbandonata, fatiscente, quasi un reperto archeologico. Un luogo che, in questi giorni, assume un significato a tratti inquietante. “Fino a venti anni fa potevi pagare il biglietto del cinema in pallotte”, dice PJ Harvej, anima che abita ogni angolo di PJ Harvey – A Dog Called Money, il documentario diretto dal pluripremiato fotografo Seamus Murphy. E poi una successione di macerie, case saccheggiate, avanzi di metropoli. In controcanto, la registrazione dell’album The Hope Six Demolition Project, che PJ Harvey incise in uno studio londinese costruito per l’occasione. Più che un ritratto d’artista, PJ Harvey – A Dog Called Money è un film su un progetto. Quello che mette in connessione l’attività musicale di un’icona del rock (ha collaborato con Nick Cave e Thom Yorke) con lo sguardo di un artista immerso nell’osservazione di un atto creativo. A monte, l’idea che niente di questo film sia possibile senza l’esperienza del viaggio, un girovagare nel cuore malato di war zone diverse ma in un certo senso sempre uguali per dolore, privazioni, assenze. Cogliendone, comunque, il fascino visibile a occhi meno pigri e disposti a stupirsi.
Da una Kabul refrattaria alla narrazione mediatica alla Grecia dei migranti, passando per le contraddizioni di un’America sospesa tra la necessità di unire sogni e bisogni e la lacerazione imposta dall’era Trump, raffigurato non a caso su una foto strappata a terra. Tra la registrazione – che è anche parafrasi nel momento stesso dell’esecuzione e dell’interpretazione – e ciò che accade nel mondo fuori c’è un dialogo che è anche un innesto. Le canzoni escono dalla sala per porsi quale colonna sonora della realtà esterna, tra ragazzini perduti per strada e primi piani di donne che esprimono l’unicità di reazioni inafferrabili. Attraverso il filtro di Murphy, PJ Harvey cala la musica nella complessità del reale, intercettando in un orizzonte collettivo angosce che sono personali ma non esclusive. Forse non del tutto capace di instaurare un legame con chi è digiuno della musica della protagonista, ma certo PJ Harvey – A Dog Called Money è un singolare esempio di doc musicale.

Lorenzo Ciofani – cinematografo.it

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