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Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma

Bretagna, 1770. La pittrice Marianne è incaricata di ritrarre Héloïse, giovane donna a cui sta per essere imposto il matrimonio dopo aver lasciato il convento. All’inizio, Marianne svolge il suo lavoro in segreto per non importunare Héloïse, ma, con il passare del tempo, il rapporto tra le due ragazze si fa sempre più intimo… Con una recitazione trattenuta di stampo quasi bressoniano, Scianna realizza un intenso racconto al femminile così minimale nella messa in scena e, al tempo stesso, così profondo nel descrivere sentimenti quasi inesprimibili.



Portrait de la jeune fille en feu
Francia 2019 (120′)

CANNES 72°: miglior sceneggiatura

 Tra i nomi più interessanti del panorama cinematografico francese contemporaneo, la regista e sceneggiatrice (Tomboy, Diamante nero) Céline Sciamma ha scritto e diretto un intenso racconto al femminile di ambientazione storica, così minimale nella minuziosa messa in scena e, al tempo stesso, così profondo nel descrivere sentimenti quasi inesprimibili. Partendo da una regia impeccabile, che esalta la scelta di ricorrere a un’ambientazione disadorna e totalmente scevra di orpelli, che si riflette anche in una recitazione trattenuta di stampo quasi bressoniano, l’autrice transalpina mette in scena una storia di amore negato, che è anche una profondissima riflessione sul ruolo della donna, sulle sue insicurezze, sulla sua difficoltà di dare libero sfogo alla propria passione ma anche alla propria vitalità artistica (significativa, in questo senso, la negazione dei nudi maschili per Marianne). L’arte diventa uno strumento per concretizzare la propria affermazione di sé, trasfigurando il tempo che passa inesorabile e rendendo eterni momenti destinati a finire. Un film ostico nella sua estenuante dilatazione temporale, che raffredda i sentimenti anche quando la passione si manifesta in tutta la sua meravigliosa spontaneità. Un film sulla scoperta dell’amore nella sua forma più totalizzante, censurato ma vivo più che mai, represso dall’isolamento di un mondo chiuso esattamente come un quadro all’interno della sua cornice, ma pronto a vivere. Forse ad alcuni potrà sembrare freddo e distaccato, ma è un prodotto, invece, capace di regalare grandi emozioni attraverso una sceneggiatura ben calibrata e un indiscutibile splendore visivo che si nutre di pittura senza mai scadere nella maniera.

longtake.it

 Con Portrait de la jeune fille en feu Céline Sciamma ci mette di fronte a cosa voglia dire concretamente un «cinema delle donne». E non certo perché manchino totalmente i personaggi maschili, ma perché nel raccontare l’incontro, nella seconda metà del Settecento, tra due sensibilità femminili, respiri una tensione e provi una emozione che solo una donna sa trasmettere. Questione di distanza, di empatia, di reattività, il cui merito va diviso equamente anche con le attrici e che sa rendere emozionante una storia che poteva rischiare la banalità o, peggio, la volgarità.
Raccontata in un lungo flashback (che ne accentua il senso di rimpianto e di perdita) seguiamo la pittrice Marianne (Noémie Merlant) chiamata in Normandia da una contessa (Valeria Golino) perché faccia il ritratto alla figlia Heloïse (Adèle Haenel): serve per concludere il matrimonio della giovane con un pretendente italiano, di Milano, che però la giovane non vuole e per questo si rifiuta di posare. Marianne dovrà presentarsi come una specie di dama di compagnia e studiarsela ben bene per poi dipingerla di nascosto. Compito non facile, che urta anche con la strana tensione che nasce ben presto tra le due.

Sciamma, che ha scritto anche la sceneggiatura, punteggia la storia di allusioni e riferimenti alla condizione femminile (il destino del convento per chi non può contare su una dote, i matrimoni combinati e il suicidio come via per evitarli, l’odissea dell’aborto) e intanto fa crescere la tensione tra le due protagoniste, entrambe in difficoltà nell’esprimere quello che sentono e provano. E che l’espediente delle sedute di posa (perché a un certo punto Heloïse torna sui suoi passi), con i suoi silenzi e i suoi tempi apparentemente morti, finisce per trasformare in una specie di bomba a scoppio ritardato. Sia la Merlant che la Haenel sono perfette nel restituire la passione trattenuta di queste due donne che scoprono sentimenti allora considerati proibiti mentre la messa in scena sa inquadrare perfettamente le due giovani in un mondo che le ingabbia ma che nasconde anche piccoli spazi di libertà. Così quello che ne esce alla fine è un elogio della sensibilità femminile, del suo bisogno (e diritto) di esprimersi, ma anche la coscienza di una condizione destinata a subire ancora a lungo costrizioni e divieti. Come svela perfettamente l’emozionante sequenza finale.

Paolo Mereghetti – corriere.it

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