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Le illusioni perdute

Xavier Giannoli

Illusions Perdues
Francia 2021 (144′)

 VENEZIA – Le illusioni perdute, il film di Xavier Giannoli tratto dall’omonimo capolavoro di Honorè de Balzac, è una buona combinazione di valorizzazione del testo e ritmo cinematografico, cosicché diverte, non fa rimpiangere il romanzo e nel contempo ci fa desiderare di rileggerlo. Ed è già un obiettivo raggiunto per un adattamento, se si pensa alla centralità che il romanzo ha nel grandioso progetto della Comedie humaine..

    Favorisce la riuscita del film la scelta di incentrare la vicenda sul nucleo principale del secondo volume della trilogia (I due poeti, Un grande uomo di provincia, Eva e David), semplificando lo schema dei personaggi e rendendo più compatta una materia letteraria tanto vasta e ricca. Dunque il giovane Lucien (Benjamin Voisin), tipografo di provincia e poeta, arriva a Parigi nella Francia post Restaurazione seguendo la nobildonna di cui è innamorato (Cecile de France) e che ha favorito le sue aspirazioni letterarie. Abbandonato ben presto dalla sua musa, finisce nelle fauci di una città, in cui scopre che tutto, compresa la propria penna, può essere venduto e vale in base al prezzo. Questo mondo dominato dall’economico è rappresentato brillantemente dalla figura dell’editore Dauriat, che grazie a Gerard Depardieu diventa una gustosa incarnazione della materialità. Lucien dunque, come molti aspiranti scrittori, vende il proprio talento e per sopravvivere diventa giornalista : si muovono attorno a lui alla ricerca del proprio futuro anche il disilluso Lousteau (Vincent Lacoste) e il rivale/amico Nathan, interpretato dal regista e attore canadese Xavier Dolan. Ma solo uno riuscirà a realizzare il proprio sogno.

Il centro dell’opera è, come sottolinea il regista, senza tempo: “il destino di un ragazzo che deve trovare il proprio posto nella vita”. L’epoca però è cruciale: Balzac mostra il momento in cui il fattore economico diventa predominante nella nostra civiltà. Molti dunque i temi estremamente attuali: non tanto il giornalismo in sé, quanto la mercificazione della scrittura e più in generale la mercificazione dell’arte, la creazione mediatica di un successo, la facilità con cui si influenza “il popolo bue”.
Nel parlarci del nostro presente il film riesce a non essere mai didascalico, insinuando la riflessione in una giostra vivace di ascese repentine e cadute vertiginose che la punta acuminata dell’analisi rende più godibile. La scelta migliore di Giannoli in queso senso è stata quella di valorizzare la scrittura. Sembra un paradosso, ma non è così: anzichè infastidire, come spesso accade, qui la voce narrante rivela via via una marcia in più . Merito anche del regista, che sa quando darle spazio e che la usa con funzioni diverse: a volte la penna sferzante di Balzac ci informa, quasi sempre potenzia le immagini, in qualche momento prende addirittura il ruolo di brillante protagonista. In lingua originale è così: c’è solo da sperare che il doppiaggio conservi questo brio e non lo trasformi in pesante chiacchiericcio (come a volte è accaduto per i film francesi).

Giannoli costruisce un’opera piacevole e attenta agli equilibri: in una vicenda così densa di temi, il regista fa una concessione al melò, modificando il personaggio della baronessa. Louise non è più una rappresentante cinica e fredda di un mondo spietato, come in Balzac, ma una vittima delle leggi che lo dominano. Il film lascia allo spettatore un margine di speranza: in fondo, nel cuore della povera Cosette, che per mantenersi ha dovuto vendersi fin da ragazzina, o in quello della raffinata Louise, sofferente o compresso che sia, l’amore per Lucien resiste.

Licia Miolo  MCmagazine 69

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