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Fear

Ivaylo Hristov

Svetla è una vedova che ha recentemente perso il lavoro come insegnante. Il villaggio in cui vive si trova sul confine tra Bulgaria e Turchia e spesso si vedono passare dei profughi. Un giorno, mentre è a caccia nella foresta, Svetla incontra un migrante africano e lo accoglie. Si troverà contro tutte le persone con cui ha vissuto fino a quel momento… Una commedia in bianco e nero dal surrealismo gentile.

 

Strah
Bulgaria 2020 (100′)

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, recita un celebre proverbio, ma vale anche  “chi si somiglia si piglia”. Adagi che ben si confanno a Strah – Fear, il nuovo lungometraggio del cineasta bulgaro Ivaylo Hristov, presentato in concorso alla trentaduesima edizione del Trieste Film Festival dopo aver fatto parlare di sé a Varna, al Golden Rose Bulgarian Feature Film Festival, e alle cosiddette Black Nights di Tallin (in entrambi i casi riuscendo a trionfare). Fear è – lo assicura il titolo – un film sulla paura dell’altro, ma diventa a ben vedere un lavoro che ragiona sulle possibili somiglianze che in realtà legano tra loro le persone, anche quando provengono da radici culturali diverse o da ceppi etnici con tratti somatici e pigmentazione differente (…) Reclusione, Europa, sono due parole chiave per avvicinarsi a Fear, così come un peso rilevante ce l’ha anche il cinema del passato, prossimo e anteriore che sia. La storia attorno alla quale ruota l’intera vicenda è assai facile da raccontare: nel cuore del gelido inverno bulgaro una maestra che ha perso il proprio posto di lavoro perché la scuola locale non ha più studenti si imbatte mentre sta cacciando conigli in un migrante africano. Quando lo accompagna alla stazione di guardia alla frontiera si sente rispondere che lì ci sono già troppi profughi dei quali occuparsi, e che lo deve prendere in carico lei stessa. I due sono dunque costretti a una convivenza forzata. Non si va oltre questo, ma non si prenda una simile affermazione come un atto di “accusa”: di fronte a una questione che molti governi europei cercano scientemente di complicare, la risposta più efficace spesso è la più semplice. Riduce tutto al minimo, ma solo all’apparenza, Hristov, e quel minimo è l’incontro tra due solitudini, e la capacità degli esseri umani di sviluppare tanto l’empatia quanto la simpatia. La capacità, dunque, di soffrire. Per mettere in scena questa dolente sofferenza Hristov ricorre però alla commedia, squadernando senza troppe preoccupazioni lo schema a cui con ogni probabilità si è predisposto il suo stesso pubblico. Non c’è alcuna intenzione di scherzare su una materia così tragica come quella di un mondo occidentale che non ha voglia di accogliere e vede nel diverso un nemico, un usurpatore, qualcuno da vessare e ricacciare indietro. Tutt’altro. A essere messa alla berlina è proprio la becera reazione del mondo politico, dei mass media, e in ultima istanza – o prima, dipende da quale lato della piramide si inizia a vedere la realtà – delle masse popolari.

Hristov non sceglie certo la strada del realismo – per quanto cerchi in ogni modo di non edulcorare la vicenda –, e lo testimonia con forza fin dal bianco e nero con cui sono rifinite le inquadrature, frutto del raffinato lavoro di Emil Christov. Si viene dunque sbalzati fuori dal tempo, in uno spazio dominato dal bianco (la neve è ovunque) in cui irrompe “l’uomo nero”. Questo contrasto, che sarà ovviamente determinante anche ai fini narrativi, per la conversione di una protagonista che comunque fin dalle prime battute fa capire di non accettare la marea montante del pensiero comune e reazionario – si veda lo scambio con la proprietaria della drogheria –, rende iconica senza sforzo una vicenda come già scritto netta, limpida, di una chiarezza cristallina e proprio per questo semplice. Inspessire l’immagine non è un vezzo d’auteur, ma testimonia la volontà di stratificare passo dopo passo il discorso. (…) Hristov sembra guardare alla tragicommedia favolistica di cui resta maestro discusso e indiscutibile Aki Kaurismäki: un cinema diretto per trattare con una levità mai qualunquista tematiche centrali, come lo sono l’impossibilità di trovare un proprio spazio consono e giusto in un’Europa sempre più dominata dal capitalismo e da nazionalismi di sorta, o la totale incapacità di guardare al di fuori di sé, accettando l’altro. Significativa in questo senso la sequenza finale, che qui si cita non per frustrare l’aspettativa del lettore/spettatore ma perché centrale nel discorso sul senso di Fear.

Con l’intero villaggio ostile Svetla e il suo “ospite” decidono di andarsene, non però raggiungendo la Germania – intento iniziale del migrante –, ma fuggendo verso sud, verso l’Africa che forse può ancora concedere loro un significato alla vita. Questo viaggio al principio dell’umano – dall’Africa discende l’umanità intera – ha in sé un sentore chapliniano, di cui è ben consapevole Hristov che segue i suoi due eroi di spalle, rimembrando la conclusione di Tempi moderni. Con un elemento in più, però, un traghettatore che accompagna i due sul suo carretto trainato da un cavallo. Un deus ex machina che certo non in maniera casuale è incarnato dallo stesso Hristov, in un cameo che ribadisce la magia realista del film, ma anche la funzione demiurgica e divina del regista.

Raffaele Meale – quinlan.it

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