À pied d’œuvre

Valérie Donzelli

Paul è un fotografo freelance ben remunerato che, all’età di quarantadue anni, decide di cambiare mestiere e reinventarsi scrittore. Tuttavia il successo tarda ad arrivare e, pur di non tornare sui suoi passi, Paul si adatta a fare diversi lavoretti sottopagati per mantenersi, nonostante le perplessità di amici e familiari….


Francia 2025 (92′)
Venezia 82° – premio miglior sceneggiatura

VENEZIA – “Per farla breve. Ero un fotografo e ho mollato tutto per diventare scrittore. Ma rimanere scrittore è tutta un’altra storia”. Esordisce così, nel settimo lungometraggio di Valerie Donzelli À pied d’œuvre (titolo internazionale At work), la voce fuori campo di Paul, che potrebbe anche essere l’incipit del romanzo che scriverà sulla sua esperienza come tuttofare sottopagato nella Parigi di oggi.

    In Works, il suo ultimo romanzo-memoir del 2016, Vitaliano Trevisan aveva raccontato come il farsi della sua scrittura, così come il suo “farsi scrittore” fossero passati attraverso l’esperienza del lavoro o meglio dei vari lavori anche umili che era stato costretto a svolgere per mantenersi e poter scrivere. Inevitabile il richiamo a quella che è la più riuscita e matura opera dello scrittore vicentino di fronte al film À pied d’œuvre, tratto da un omonimo libro di Franck Courtès, da cui la Donzelli, con la collaborazione di Gilles Marchand, ha adattato la sceneggiatura. Il testo di Courtès, rinominato Paul Marquet nel film e ben interpretato da Bastien Bouillon, è autobiografico e racconta le conseguenze della scelta dell’autore di abbandonare la remunerativa attività di fotografo per dedicarsi anima e corpo alla scrittura.
Paul per questa sua ostinazione perderà la moglie (interpretata dalla stessa Donzelli), che con i figli si trasferirà in Canada e la casa e, per mantenersi, data l’esiguità dei diritti d’autore, finirà per svolgere una svariata gamma di incarichi .
Il film svela un aspetto trascurato dell’industria culturale: la fatica, le umiliazioni, i tormenti di chi opera nel settore, all’interno di una società europea che svilisce il lavoro intellettuale. Bastien Bouillon è perfetto nella parte: un fisico evidentemente inadatto alle mansioni che offre (“Hai la faccia da medico” gli dice una cliente), ma che si adegua alle richieste del sistema, per raggiungere qualcosa che può avere solo riappropriandosi di sé e della sua funzione: di scrittore appunto. L’esigenza di partire dalla materia concreta e vissuta delle cose, che caratterizza tutto il cinema di questa regista (La guerra è dichiarata, Marguerite e Julien) porta alla messa in scena di una specie di percorso di redenzione volto ad esorcizzare il senso di colpa della classe intellettuale del mondo contemporaneo, costretta a raccontare un mondo e una società che non conosce davvero. Sarebbe però riduttivo leggere il film soltanto come una denuncia sociale della precarietà e della competitività del mondo del lavoro attuale, senza soffermarsi sul modo in cui in esso viene rappresentato il rapporto dialettico tra immagine e scrittura.

Una delle soluzioni stilistiche più originali del film è rappresentata dall’inserimento di brevi pezzi dalla grana visiva simile a quella di un Super 8, che rappresentano delle soggettive del protagonista, come delle fotografie in movimento di attimi vissuti. Si tratta infatti di ricordi di incontri con le persone con cui deve lavorare, incentrati su particolari, come le scarpe. Più che di flash back, si potrebbe parlare di prodotti di una macchina fotografica mentale che registra particolari della realtà destinati alla scrittura. Paul in realtà non smette di fotografare e quando alla fine scopriremo che il romanzo portato a termine non è altro che il film che abbiamo appena visto, scrittura e immagini ci appariranno finalmente ricongiunte, in un ammirevole processo di sintesi dei due elementi costitutivi del narrare. Un grande lavoro di sceneggiatura, giustamente premiato.

Cristina Menegolli – MCmagazine 105

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