Adele H. – Una storia d’amore

François Truffaut

Perdutamente innamorata dell’inglese Albert Pinson, il giovane tenente degli Ussari di cui è stata l’amante, Adele Hugo, secondogenita del grande scrittore, fugge dall’isola di Guernesey (nella quale suo padre, ardente repubblicano, vive in esilio dopo l’avvento del secondo impero) e raggiunge Halifax, città della Nuova Scozia in cui Pinson è stato destinato. Il bel tenente però non l’ama più e a nulla serve il consenso a sposarlo che Adele ha finalmente strappato dal padre, così come si rivelano inutili, anzi dannosi, i sotterfugi e le menzogne cui la ragazza ricorre per riconquistare l’uomo che ama. Quando Pinson si trasferisce col suo reggimento alle Barbados, Adele lo segue. Perduta la primitiva bellezza, ridotta in miseria, la giovane è ormai prossima alla follia, tanto da non riconoscere l’amato. Soccorsa da una donna di colore, tornerà con lei in Europa per morire quarant’anni dopo in una casa di cura.

L’histoire d’Adèle H.
Francia 1975 (96′)
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  Adele H., storia di una ossessione amorosa “nel nome del padre” (Adele, i cui diari, ritrovati nel 1955, sono stati utilizzati da François Truffaut per realizzare il film, è infatti la secondogenita dello scrittore Victor Hugo), è un melodramma sulle passioni umane con al centro un’eroina d’altri tempi (interpretata con magistrale introspezione da Isabelle Adjani), malata d’amore, che combatte senza un attimo di tregua una battaglia che sembra persa già in partenza. Secco e vibrante come un noir, il film coincide con un percorso di ridefinizione personale e artistica del regista parigino, inaugurando un nuovo tipo di ricerca formale che proseguirà con L’uomo che amava le donne (1977) e La camera verde (1978). Moderno elogio della follia, Adele H. è pervaso da un alone di funerea malinconia che lo caratterizza a fondo, fino a elevarlo a saggio sulla caducità dei sentimenti.

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  François Truffaut a proposito del suo cinema dichiarò: “Mi piacciono le storie normali, ma c’è anche una traccia di melodramma nei miei film. Oggi più nessuno osa amare Dickens, oppure I miserabili”. Ed è così: in molte sue opere torna a rivivere il melodramma: in L’histoire d’Adèle H più che in altre. La storia di Adèle, figlia non riconosciuta del grande romanziere ottocentesco Victor Hugo, è una storia d’amore e d’avventura in piena regola che ha come interprete una giovanissima e intensissima Isabelle Adjani, che il regista aveva visto in televisione e subito volle per questo suo film. La sceneggiatura fu tratta dalla biografia di Adèle di Frances Vernon Guille, una studiosa americana che aveva trovato il diario della figlia di Hugo in una libreria di New York. Truffaut usò i diari come spunto, distaccandosi in molti episodi dal testo per accrescere il carattetere spettacolare della vicenda. Il film è il racconto di una storia d’amore finita e del sentimento ossessivo che non dà pace alla ragazza e la spinge fino alle Barbados per riconquistare il fatuo tenente Pinson, un giovane ufficiale altezzoso che non l’ama più e la respinge. Adèle, ossessionata dall’idea fissa del matrimonio e alla ricerca di una sistemazione stabile dopo l’abbandono della casa paterna, individua nel giovane Pinson il soggetto per realizzare queste aspettative. E allora lo cerca, gli si offre, si dispera, ricorre alla finzione, al ricatto, alla menzogna pur di riconquistare il suo affetto. Il fermo rifiuto dell’uomo non fa che alimentare il desiderio fino a quando questo si trasforma in dolore fisico, malattia e infine follia.

Truffaut ha paragonato la parabola di questa donna a un “pezzo musicale per un solo strumento”. In realtà il film è la metafora della spasmodica ricerca della identità di una donna respinta prima da un padre ingombrante ed estraneo (nel film non compare mai ma è sempre presente nei dialoghi e nei ricordi) e da un amante egoista e vanitoso. La ragazza troverà un equilibrio nel distacco totale da Pinson e dal padre, rifugiandosi nella solitudine più estrema: tra sé e gli amati/odiati uomini viene posto un abisso non colmabile: la follia. Si tratta di un raffinato studio di Truffaut su una monomania. Il film è, infatti, incentrato quasi interamente sulla giovane protagonista. Sono innumerevoli i primi piani del bellissimo volto dell’Adjani, colto nelle differenti espressioni e nelle diverse sfumature della pelle, degli occhi e dei capelli. Ambientato prevalentemente in atmosfere notturne, prevale il buio, il silenzio e si percepisce continuamente l’alitare della morte. Proprio per queste atmosfere Truffaut venne definito “il poeta del melodramma crepuscolare”.

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  La storia d’amore più assoluta di tutte ne è probabilmente il requiem disperato. Nessuno sposerà la figlia di Victor Hugo, che nel film è uno dei tanti fantasmi evocati in fuori campo: un nome scritto su uno specchio e poi cancellato, una voce d’oltreoceano appena letta/immaginata/ascoltata, l’invisibile genio e l’ingombrante padre contro cui schierarsi, da cui allontanarsi e che inevitabilmente ci conduce alla domanda che racconta l’uomo, il critico e il cineasta: è sempre una questione di come combattere il cinema dei padri François? (…) Nessuno sposerà la bellissima Adele che dall’Europa alle coste canadesi di Halifax fino alle Barbados seguirà la passione al di là del bene e del male e tornerà pazza in terra di Francia. Il tenente Pinson non la amerà nonostante le preghiere, le lettere scritte e convulsamente recitate davanti alla macchina da presa, nonostante il denaro, i supplichevoli baci e i morbosi ricatti. E nonostante l’avveniristica e avventurosa idea di viaggio (“Questa cosa incredibile che una ragazza varchi l’oceano, passi dal vecchio al nuovo mondo per unirsi al suo amante: questa cosa io la farò!”).

Adele è il pre-cinema. A cavallo di due mondi e altrettante epoche è la nebulosa astrale di un sentimento che trascende l’arte. È il magnifico quasi di tutto. Quasi teatro, quasi letteratura, quasi magia, quasi cinema. Adele è persino il quasi Amore. Il movimento ossessivo verso l’amante che nella negazione del cuore diventa frammento di un discorso amoroso. Adele è vita condannata alla morte riportata in vita. È il fascio di muscoli, carne, luce e lacrime che attraversa i continenti e che il volto-corpo di Isabelle Adjani incornicia nel Mito. Adele H. è il nome più bello di sempre.

Carlo Valeri – sentieriselvaggi.it

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