Due giovani con l’ossessione dei complotti rapiscono la potente amministratrice delegata di una grande azienda, convinti che sia un’aliena intenzionata a distruggere il pianeta Terra.

USA/Corea del Sud/Irlanda (120′)
VENEZIA – Per chi ama i classici Bugonia, il titolo del nuovo film di Yorgos Lanthimos, presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia, è già una promessa: ci sarà una colpa, poi un sacrificio e infine una rinascita. Il pensiero va al mito che occupa il finale del IV libro delle Georgiche di Virgilio: l’apicoltore Aristeo deve scontare la sua colpa e dalla carcassa del bue sacrificato nascerà un nuovo sciame di api. Ma Yorgos Lanthimos riesce sempre a stupirci e ci ritroviamo in una commedia dark, remake di un film sci-fi sud coreano del 2003, Save the green planet di Jang Joon-hwan.

Teddy (un grande Jesse Plemons, sempre più valorizzato) è un povero apicoltore che sta perdendo le sue api: insieme al cugino (Aidan Delbis), succube delle sue idee, decide di rapire Michelle Fuller (Emma Stone), CEO di una multinazionale farmaceutica con sede nei paraggi, ritenendo questa responsabile della devastazione ecologica in atto. Il punto è che i due credono che la donna sia una andromediana, parte di un’avanguardia extraterrestre inviata a distruggere il pianeta. I modi per accertarsi di ciò e avviare una trattativa col pianeta madre metteranno a dura prova la sequestrata, che affronterà interrogatori e torture dimostrando una tempra eccezionale. È evidente che il sodalizio di Lanthimos con Emma Stone (qui anche produttrice) si basa su una sfida, da parte di entrambi, a spingersi sempre più in là, che l’attrice vince ancora una volta: e dopo Povere creature! non era facile.

Buona parte del film poggia sul duello, visivo e verbale, tra Teddy e Michelle: il regista riesce così a dare dinamicità a una situazione claustrofobica e a conferire ambiguità e spessore a due personaggi che all’inizio sono solo due stereotipi opposti. Contribuiscono in modo determinante i dialoghi taglienti (lo sceneggiatore è Will Tracy di Succession), che portano a galla il disorientamento generale di fronte al caos del presente. E tra il farneticante ma metodico complottista e la ferocemente cinica manager non hai per chi parteggiare: chiunque dei due vinca noi perdiamo.
L’attualità del film è chiara: parafrasando le parole del regista, magari potessimo parlare di distopia. A questo proposito la lunga inquadratura in campo lunghissimo della casa con la bandiera americana, fatiscente e quasi abbandonata, è la malinconica fotografia di un paese vicino al collasso. Il tono generale è comunque un altro: una satira graffiante, un dosaggio perfetto tra tensione e comicità, con punte di violenza e non-sense che fanno la differenza, confermando la capacità dell’autore di essere disturbante.

Ma la vera zampata di Lanthimos deve ancora arrivare: un epilogo in cui l’assurdo e il tragico toccano l’apice, che diverte e insieme annichilisce. Grazie anche alla voce di Marlene Dietrich, la sequenza finale è struggente: una visualizzazione perfetta del rimpianto per quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare a noi e al nostro pianeta. Però ricordiamoci del titolo.
Licia Miolo – MCmagazine 105

