Adriano Sereni, uomo solitario e segnato da un trauma, vive isolato nelle stalle di Villa Guelfi. L’arrivo di una comunità di giovani agronomi guidata dalla contessina Matilde sconvolge la sua routine e abbatte lentamente il suo muro di misantropia. Grazie al legame nato con Matilde e al nuovo gruppo, Adriano ritrova luce e riconciliazione con il proprio passato.

Italia 2025 (105′)



Non manca il cuore, in Cinque secondi. Un film controvento che cresce poco a poco, maturando come matura l’uva a settembre, da cogliere facendola diventare mosto, che da lì a poco diventerà “vino giovane”. Dietro, nella tecnica di un regista mai uguale a sé stesso, eppure sempre riconoscibile, c’è una storia che parte dal silenzio per attraversare il tumulto. Attenzione, però: la sceneggiatura non ha l’ardire di mettere in ordine i sentimenti, piuttosto enfatizza l’emotività e il caos (in questo senso sono fondamentali gli arredamenti di Federica Sciacca, la scenografia di Sonia Peng e i costumi di Ottavia Virzì per trasmettere il tono generale), cogliendo in pieno l’instabilità del protagonista, Adriano, scritto sulle corde interpretative di Mastandrea, accartocciato e vulnerabile, messo in contrasto con l’onda d’urto di una generazione ostinata, risoluta, libera e inafferrabile. Perché le nuove generazioni fanno paura, e dunque Virzì sceglie di accarezzarle, proteggendole. Cinque secondi diventa allora un film sulla trasformazione: cose che diventano altro e poi altro ancora. La vita che trova la strada, l’amore che muta, che cambia, che salva dall’oblio. E la paternità, indispensabile e accessoria, letta secondo uno sguardo femminile tutt’altro che banale. La forza di chiedere perdono, tra consapevolezza ed espiazione. Quello di Virzì è quindi un’opera sul dolore catartico, sul possesso delle cose abbandonate che tornano ad avere un proprio scopo e una propria ragione, rinascendo.
Damiano Panattoni – movieplayer.it
…La sua solitudine, difesa con rabbia e con stizza, si vede costretta, obtorto collo, a fare i conti con un confronto che sembra dargli particolarmente fastidio (…) Così pian piano scopriamo che nel passato di Sereni c’è qualcosa che ha riguardato la sua famiglia, talmente grave da aver spinto l’ex moglie (Ilaria Spada) a intentargli un processo, da cui lui non sembra nemmeno volersi difendere. Ed è a questo punto che il doppio cammino del film diventa più chiaro perché l’invadente Matilda si scopre incinta e lo spirito protettivo di Adriano non può accettare che la ragazza non si prenda cura della sua gravidanza: accusato dall’ex moglie di non essersi preoccupato abbastanza della propria figlia, l’uomo finisce per fare da «padre putativo» alla futura mamma, difendendo anche il loro diritto a coltivare quelle terre o comunque a non venirne sfrattati. Ma è a questo punto che il film sembra «ribellarsi» ai suoi sceneggiatori, per assumere una valenza più grande, quella che gli permette di andare oltre la semplice trama per scavare, usando le stesse parole del regista, «nell’abisso che una persona si porta dentro, nel percorso dentro il suo lutto». Lasciamo allo spettatore di scoprire come il percorso cinematografico troverà una soluzione e come giustificherà il titolo, certo è che vedendo Cinque secondi non si può non pensare al dolore e alle rabbie con cui tutte le famiglie devono fare i conti. Finendo addirittura per smentire Tolstoj: pur nelle loro diversità, anche le famiglie infelici possono soffrire nello stesso modo, dentro e fuori dallo schermo.
Paolo Mereghetti – corriere.it

