DJ Ahmet

Georgi M. Unkovski

Ahmet, un ragazzo di 15 anni proveniente da un remoto villaggio Yuruk nella Macedonia del Nord, trova rifugio nella musica mentre cerca di destreggiarsi tra le aspettative del padre, una comunità conservatrice e la sua prima esperienza amorosa con una ragazza già promessa ad un altro.


Macedonia/Rep.Ceca/Serbia 2025 (99′)
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   Tra Padre padrone, Footloose e Il laureato. Sono questi i margini dentro i quali si muove DJ Ahmet, esordio nel formato lungo (e cinematografico) del trentasettenne di origine macedone (ma newyorchese di nascita) Georgi M. Unkovski, vincitore di un paio di premi, tra cui quello del pubblico, all’ultimo Sundance Film Festival. Unkovski vuole raccontare il peso gravoso della cultura tradizionale che entra in un conflitto insanabile, con punte di riuscita e lunare comicità, con la modernità che avanza, incarnata dalle nuove generazioni. Quella stessa modernità che per un pubblico (più) occidentale è intesa da tempo come modernariato ma che nella Macedonia montana, rurale e devota di un villaggio di etnia Yörük è un passaggio traumatico almeno quanto il lutto che ha recentemente colpito i protagonisti della storia. Il quindicenne Ahmet ama la musica techno, come la madre da poco deceduta. Le ristrettezze familiari e la condizione del fratello minore Naim, muto come reazione al lutto patito, obbligano tuttavia il padre a ritirarlo da scuola per fargli accudire il gregge di venti pecore che rappresenta l’unica fonte di sostentamento familiare.

Nel villaggio arriva anche Aya, la cui famiglia ha combinato un matrimonio con un ragazzo che non ha mai visto. Ahmet e Aya, inevitabilmente, s’incontrano. Unkovski sviluppa il suo racconto di educazione sentimentale sfruttando con una certa abilità alcuni cliché inossidabili delle società in cui il passaggio tra epoche differenti è sempre specchio di una certa difficoltà di adattamento. E da tale difficoltà, come insegna molta commedia all’italiana dei tempi gloriosi di un cinema nostrano solo da rimpiangere, si origina il grottesco, che, come si sa, sottende sempre un retrogusto amaro, pronto a rivelarsi pirandellianamente per far cogliere in filigrana contraddizioni e un’eventuale osservazione criticamente acuta dell’intero sistema. Giocando sull’opposizione tra apertura dubbiosa e sacche di (persino brutale) resistenza, la regia pone i suoi confini intorno ai tre elementi citati in apertura: il patriarcato, la ribellione musicale in un ambiente apertamente conservatore e il tentativo articolato di impedire all’ultimo istante utile un matrimonio già definito, lasciando che i personaggi lottino per la loro libertà cercando di spezzare le catene che li vorrebbero immobili, inchiodati in una tradizione ferma da centinaia di anni.

Giampiero Frasca – cineforum.it

  …C‘è una «magia» che circola in DJ Ahmet. C’è un senso di attesa e sospensione, una tenerezza di sguardo nel filmare i corpi di personaggi (Ahmet e Naim, Aya, la nonna della ragazza, l’uomo che si occupa della moschea, e infine anche il padre di Ahmet che lascerà cadere quella scorza dentro la quale si era rinchiuso rimanendo vedovo) a loro volta teneri, generando un significativo gioco di specchi. C’è realismo che si espande in quello che potrebbe essere onirico, spiazzando la visione, depistando per brevi o lunghi intermezzi situati nello sviluppo cronologico della storia. Una delle più belle scene del film, e sicuramente la più inventiva, «dice» come meglio non si potrebbe lo stile e l’approccio diegetico costruito da Unkovski. Ahmet esce di casa di notte, si incammina nel bosco con una torcia sulla testa, vede appeso a un albero il vestito tradizionale rosso di Aya, mentre intorno a lui il posto si trasforma in una discoteca con luci al neon; e improvvisamente le pecore invadono il campo tra i giovani che ballano. Quella festa però c’è stata davvero, il giorno dopo le immagini girano in rete e rafforzano il legame tra Aya e Ahmet. L’immaginazione al potere. DJ Ahmet (presentato al Sundance dove ha vinto il premio speciale della giuria per la visione creativa e quello del pubblico) è pieno di queste epifanie visive e non da meno sonore. Opera corale dalla quale estrapolare un gruppo di personaggi principali, «scritta» da una camera mano non invadente, che dà sensuali primi piani a Aya e Ahmet, fino a far toccare i loro volti nella notte che precede il festival della comunità, e nel quale la ragazza sfida la famiglia danzando, DJ Ahmet è un testo di unioni e separazioni, di vicinanze e distanze, di partenze e permanenze. Di quel che tali esperienze hanno sedimentato in chi le ha vissute.

Giuseppe Gariazzo – ilmanifesto.it

 

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