Father Mother Sister Brother

Jim Jarmusch

Tre storie che raccontano le relazioni tra figli adulti e genitori piuttosto distanti, e tra fratelli. Ognuna delle tre parti è ambientata nel presente e ciascuna si svolge in un paese diverso. Father è ambientato nel nord-est degli Stati Uniti, Mother a Dublino, e Sister Brother a Parigi. Una serie di ritratti intimi, osservati senza esprimere giudizi, in cui la commedia è attraversata da sottili momenti di malinconia.

USA/Francia/Irlanda 2025 (110′)
VENEZIA 82° – Leone d’oro

VENEZIA – Il verdetto della giuria di questa 82′ Mostra d’arte Cinematografica di Venezia ha sorpreso più di una persona, tra cui il premiato, lasciatosi sfuggire, prima del discorso di ringraziamento un “Oh Shit…”. Più che un premio al film, preferito ad altre opere più apprezzate da critica e pubblico, si potrebbe interpretare come un premio alla carriera di un regista, che rimane fedele alla sua vocazione minimalista (Daunbailò, Dead Man, Ghost Dog), ma in versione un po’ di maniera, levigata ed elegante e sicuramente meno graffiante.

    Il film è composto da tre episodi con tre famiglie diverse in tre nazioni diverse: In una sperduta cittadina americana una sorella (Mayim Chaya Bialik) e un fratello (Adam Driver) vanno a fare visita al padre (Tom Waits), a Dublino una madre (Charlotte Rampling) aspetta la visita delle due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) per un thé annuale, a Parigi un fratello (Luka Sabbat) e una sorella (Indya Moore) gemelli si incontrano nell’appartamento dei genitori morti in un incidente.

Piccoli racconti alla Carver, ruotanti attorno al tema dell’incomunicabilità e dell’anaffettività nei rapporti familiari, che si reggono prevalentemente sulla bravura degli attori. Il primo si gioca soprattutto sulla grande performance di Tom Waits e su un finale prevedibile, ma simpaticamente cinico, il secondo è un ritratto acido e malinconico sull’incomunicabilità tra madre e figlie, il terzo è un episodio dilatato e distonico rispetto ai primi due, che, attraverso i dialoghi dei due fratelli e il loro tentativo di elaborare il lutto, dovrebbe suggerire una possibilità di uscita dall’incomunicabilità attraverso l’empatia. All’esilità delle trame fa da riscontro una scelta stilistica che cerca di spiegare il rapporto tra le tre storie attraverso la ripetitività di certe inquadrature (tavolini pieni di tazze presi dall’alto) o di situazioni: gli skaters che si esibiscono per la strada, la presenza di un rolex, il proverbio inglese Bob’s your uncle o i brindisi con i bicchieri di acqua per riempire i vuoti della conversazione. Un’estetica combinatoria stile anni Novanta un po’ fine a se stessa. L’impressione è che il regista abbia voluto rifare se stesso in versione più raffinata, ma che nulla di nuovo aggiunge al minimalismo pacato e ironico di molti suoi film precedenti.

Cristina Menegolli – MCmagazine 105

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