Filmlovers!

Arnaud Desplechin

Un’opera che si muove tra documentario, racconto autobiografico e finzione cinematografica, seguendo il giovane Paul Dedalus, alter ego di lunga data del regista (Milo Machado-Graner da ragazzo, Mathieu Amalric da adulto) che ripercorre la storia del suo amore per il cinema e con il cinema nel corso dei decenni, dalle prime esperienze da bambino alla consapevolezza maturata una volta raggiunta l’età adulta.


Spectateurs!

Francia 2024 (88′)
film edito solo in Versione Originale Sottotitolata
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     Che cosa significa davvero andare al cinema? Perché continuiamo a farlo, dopo più di un secolo?» Con queste domande si apre Filmlovers!, il film di Arnaud Desplechin, in uscita nelle sale italiane in occasione di un anniversario simbolico: i 130 anni dalla prima proiezione cinematografica pubblica dei fratelli Lumière, tenutasi a Parigi il 28 dicembre del 1895. Un omaggio dichiarato alla sala cinematografica come luogo di incontro, di memoria e di scoperta, ma anche un viaggio intimo nel rapporto tra spettatore e immagini, tra finzione e vita reale. Filmlovers è un’opera che si muove tra racconto autobiografico e finzione cinematografica, seguendo il giovane Paul Dedalus, alter ego di lunga data del regista, già protagonista dei suoi film I miei giorni più belli e I fantasmi d’Ismael. Attraverso Paul, Desplechin costruisce una sorta di romanzo di formazione dello spettatore: un percorso fatto di prime visioni, di scoperte estetiche, di sale buie e luminose rivelazioni. Le sue esperienze si intrecciano con testimonianze di altri amanti del cinema — registi, critici, spettatori comuni — in un flusso di immagini e parole che alterna ricordi, inchiesta, sogno e riflessione. Ogni sequenza è attraversata da un amore profondo per le immagini — quelle della memoria personale e quelle della storia del cinema. La macchina da presa scivola tra archivi, pellicole dimenticate e nuovi frammenti di vita, componendo un mosaico visivo che è insieme autobiografia e dichiarazione d’intenti. Filmlovers! è una lettera d’amore al cinema, ma anche un’indagine sul nostro sguardo. Cosa succede quando ci sediamo in sala, nel buio, davanti a uno schermo? Perché torniamo, sempre, nonostante tutto?

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    Un film che vuole celebrare le sale cinematografiche e la loro multiforme magia. Le parole dello stesso Desplechin racchiudono in estrema sintesi il senso di un’operazione di pura illustrazione emotiva, con al centro una sincera, per quanto banale, dichiarazione d’amore per la Settima arte. Il caleidoscopio dei sentimenti legato all’esperienza nel buio della sala è solo uno degli aspetti che l’autore francese vuole far giungere allo spettatore. In un periodo storico in cui il consumo “usa e getta” delle piattaforme streaming sembra allontanare sempre più le persone dai cinema, Desplechin, con mano raffinata, si abbandona a una storia a metà tra approccio documentario, con materiali d’archivio e un intento quasi didattico nel trasmettere l’evoluzione del mezzo cinematografico in maniera filologicamente corretta, e romanzato racconto autobiografico, ritagliandosi la parte del narratore e affidando la figura del suo alter ego all’amico Amalric. Il risultato è meramente decorativo, ma il piacere della visione è assicurato: senza insistere su aspetti intellettuali o su soluzioni di valenza strettamente teorica, il regista e sceneggiatore francese si affida all’effetto nostalgia, puntando su momenti in cui ciascuno spettatore possa rivivere, per analogia, un suo ricordo cinefilo personale. La presa sul grande pubblico è astutamente garantita dalla volontà di Desplechin di non legarsi a una idea di cinema snob “per pochi eletti” o, peggio ancora, di cadere in una sorta di campanilismo alla francese: ecco allora che si passa dalla bugia sull’età detta da Paul a quattordici anni per poter entrare in sala a vedere Sussurri e grida (vietato ai minori di sedici anni) alle riflessioni sulla “castità” cinematografica di Julia Roberts, dal senso del paesaggio “oltre lo schermo” di Cimino ne Il cacciatore alle lacrime di Claudette Colbert, senza dimenticare l’essenza del cinema più puro presente nelle sequenze d’azione di Trappola di cristallo o Cliffhanger. Intenso il lungo frammento in cui si lascia spazio al toccante ricordo di quanto siano scolpite nella memoria di Paul (e dello stesso Desplechin) le nove ore di Shoah di Claude Lanzmann. Una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, gradevole nella sua semplicità, che non poteva che scegliere come ultimo omaggio cinefilo I 400 colpi di Truffaut.

longtake

    Filmlovers! (Spectateurs!) è un animale fantastico fatto di fiction, documentario e montaggio con una base narrativa che ricostruisce l’esperienza di visione dell’alter ego del regista, voice over che commenta scene della storia del cinema, interviste, ricostruzioni, documenti (…) Si parte da qui: dagli spettatori (con il punto esclamativo), dall’educazione sentimentale al cinema di Paul Dédalus che, da adulto, è Amalric e racconta entusiasta (anzi: ne fa il decoupage) la scena iniziale de I 400 colpi di François Truffaut (…) Diviso in capitoli, Filmlovers! segue le tappe dell’incontro di Paul con lo schermo: la séance di Fantomas 70 (André Hunebelle, 1964) con la nonna (che gli illustra il dispositivo) e la sorella (che li trascina fuori perché ha paura), quella proibita, da minorenne, di Sussurri e grida (Ingmar Bergman, 1972), la resa alla suspense hitchockiana di Io ti salverò (1945, ma visto in televisione), l’histoire de l’amour au/du cinéma con Peggy Sue si è sposata. A tratti Desplechin spiega, anche con attitudine e ansia didascalica: per André Bazin la realtà viene fissata, per Stanley Cavell viene proiettata. Al teorico americano dedica la scena più banale, in cui studenti di cinema e una signora al bar stanno leggendo il suo libro, Il mondo visto, e ne parlano. Offre spunti epigrafici e trinomi (o triadi) di senso, per spiegare il cinema, ma anche per insegnarlo, come forse avrà fatto il suo professore all’università, come Paul Dédalus.

Lezione 1. Il film si deve vedere tre volte: la prima per stupirsi, la seconda per capire, la terza per imparare.
Lezione 2. Esiste una democrazia dell’immagine (il teatro), una della rappresentazione (il cinema), una della sorveglianza (la televisione): nella prima ogni spettatore vede soltanto la sua porzione di realtà, nella seconda tutti vedono (da soli) la stessa cosa, nella terza è l’immagine a guardare lo spettatore, nell’illusione del flusso (non esistono slides di PowerPoint a riguardo, ma disegni a gesso sulla lavagna da screenshottare dal film).
A tratti Desplechin sorprende (Lezione 3): nessuno ha mai visto le tette di Julia Roberts tranne Hugh Grant in Notting Hill, e le lenzuola bianche sono uno schermo. C’est enorme!

Vola alto sul cinema come istanza documentale, con la lunga porzione dedicata a Shoah di Claude Lanzmann e l’intervista a Shoshana Felman. Evoca Napoleon di Abel Gance, per farlo dialogare (idealmente) con quello di Ridley Scott. E poi piomba a terra, con le (brutte) interviste allo spettatore comune. Qual è il tuo film preferito? è la domanda che Dio ha rivolto a Adamo prima di cacciarlo dal Paradiso Terrestre, e non solo perché al cinema ce l’aveva portato Eva. Ma c’è anche tanta immagine popolare, semplice, anni ’80, Die Hard, Alien, Carpenter. E Peggy Sue di Coppola: Paul incontra l’amata prima della proiezione, con l’amica, si siede dietro di loro a guardarli, perché ha un suo “posto” in sala, più lontano dall’incandescenza degli occhi dei fratelli di The Dreamers (un altro racconto di spectateurs della nouvelle vague), e poi da lei si fa guardare dalla vetrina di un café, piangente. La vita, di Paul, soprattutto quella amorosa, è una vita da spettatore. Si guarda un film come si osserva l’oggetto d’amore, piangendo.

Andrea Bellavita – cineforum.it

   La prospettiva dalla quale Arnaud Desplechin racconta la propria, personale storia del cinema è annunciata fin dal titolo, più apertamente romanticizzato in italiano, Filmlovers!, rispetto all’originale francese, Spectateurs! (un punto esclamativo che rimanda allo stupore della prima visione e forse anche alla forza perentoria dell’atto del vedere): i soggetti, e in particolare se stesso, di questa sua autobiografica e speculativa indagine sono infatti coloro i quali si recano fisicamente nella sala cinematografica e scelgono di sedersi in una determinata posizione, fila, poltrona stabilendo già di fatto il rapporto con l’esperienza della proiezione del film sullo schermo. In questo ibrido tra la ricostruzione di episodi della sua giovinezza e della sua formazione cinefila e la raccolta di testimonianze, con uno spazio largo, nella parte iniziale, dedicato a chi va, come e cosa vede al cinema, l’interesse sia teorico che personale riconduce la magnificenza dell’ossessione in una domanda che parte dalle riflessioni di André Bazin e soprattutto del filosofo americano Stanley Cavell (autore de Il mondo visto, un volume fondamentale per comprendere il senso dell’esperienza cinematografica nella sua complessità e stratificazione di dispositivo tecnico e processo psico-emotivo al tempo stesso) : che cosa succede alla realtà quando viene proiettata su uno schermo? A questo assunto interrogativo non vuole certo essere data una risposta che possa contenere la portata di un tale quesito, in quanto ciò che interessa all’ Arnaud rappresentato bambino, adolescente, infine adulto con il nome del suo alter ego Paul Dedalus ( in quest’ultima versione appare interpretato , sulle parole di un’ appassionata e filologica analisi dei titoli di testa I quattrocento colpi , da Mathieu Amalric, il suo Antoine Doinel) è la restituzione di una scoperta che si è fatta ricordo introiettato e parallelo.

Fabrizio Croce – close-up.info>>

 

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