Fitzcarraldo

Werner Herzog

Perù, inizi del ‘900. Il visionario magnate del caucciù Brian Sweeney Fitzgerald (Klaus Kinski) vuole costruire il più grande teatro dell’opera del mondo a Iquitos, al centro dell’Amazzonia. Per far ciò, dovrà conquistare una zona della giungla inarrivabile. Pur di riuscire nell’impresa, sarà disposto a scalare le montagne con una barca portata a braccia da migliaia di indios.


Germania/Perù 1982 (157′)
CANNES 35°: premio per la migliore regia
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   Agli inizi del Novecento l’eccentrico Brian Sweeney Fitzgerald, barone irlandese del caucciù, vuole costruire a Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia peruviana, il più grande teatro d’opera di tutti i tempi per farci cantare Enrico Caruso. Costato 8 miliardi (più tutti gli averi del regista, due morti, parecchi feriti e tre anni di lavorazione) questo film, frutto di un’operazione un po’ folle, è paradossalmente il più ordinato e accademico del più sregolato autore del nuovo cinema tedesco. Narrato a ritmo lasco col tran tran di uno sceneggiato TV, ha un solo personaggio vivo: il battello il cui assurdo ed epico trasporto attraverso il colle occupa 45 minuti. I momenti d’incanto e le sequenze visionarie, comunque, non mancano. Si apre e si chiude con un frammento delle due opere ottocentesche che hanno per protagonista Elvira: Ernani (1844) di G. Verdi e I puritani (1835) di V. Bellini. Esiste sulla romanzesca lavorazione del film un bel documentario di Les Blank, Burden of Dreams (1982), che, secondo alcuni, è persino più affascinante del film.

Il Morandini – Dizionario dei film

È fin troppo agevole leggere Fitzcarraldo come film autobiografico, come metafora di un modello di cinema irripetibile. Ma questa vistosa identificazione di Herzog con Fitzcarraldo (e Kinski) ci fa capire anche come si tratti dell’autobiografia di un cineasta che ha compreso, forse dolorosamente ma con sollievo, dopo anni di ricerca di una «verità» bruciante attraverso immagini «mai viste» catturate in ogni angolo del mondo, la relatività o meglio l’incompleta «comunicabilità» della propria missione di vedere. Un uomo saggio anche, che alla fine riesce a trasformare in trionfo (magari effimero) la sconfitta più cocente. Ciò che si è visto e sofferto non si può descrivere fino in fondo ma il film è lì ugualmente per dirci che ogni difficoltà si può superare e così il «Molly Aida» ha valicato invano la montagna, ma la grande musica può arrivare lo stesso per un attimo fino a uno sperduto villaggio dell’Amazzonia.
Questo spiega perchè in Fitzcarraldo sono presenti i temi cardinali dell’universo herzoghiano (l’eroe folle che sacrifica tutto per un’impresa titanica, il conflitto tra una visione «civilizzata» e una «naturale» delle cose, la sfida a un paesaggio debordante che comporta il disastro per chi la provoca ecc.), ma tutti filtrati da uno sguardo disteso, quasi sereno. Il racconto non procede più come nei film precedenti – almeno fino a Nosferatu – per bagliori improvvisi, con l’apparizione di «inserti» visionari frutto di una febbrile allucinazione e segno di una volontà di comunicazione «ulteriore» (anche se i momenti di risoluzione delle tensioni accumulate sono poi caratterizzati da uno sfrenato splendore figurativo: si pensi alla sequenza «aerea» dei due fiumi visti finalmente insieme dall’alto della collina, che dà all’improvviso il senso della grandezza delirante di Fitzcarraldo; o ai momenti in cui si compie la risalita del «Molly Aida» quando la scena è di nuovo immersa in una dimensione di sogno; o ancora al trionfante finale con le decine di barche che formano quasi un gigantesco, surreale «puzzle» della finzione musicale)…

…Nel momento centrale del film, quando inizia il viaggio sul fiume, il discorso si precisa definitivamente e Herzog svela senza più reticenze il senso del proprio rapporto col cinema e insieme i dubbi e i timori che questo approccio gli provoca. Ciò che spinge Fitzcarraldo (e il cineasta con lui) a sfidare i limiti della natura è, a un primo livello, la convinzione stessa che solo col portare il sacrificio di sè, anche fisicamente, ai limiti estremi, sia possibile poi conquistare il successo, cioè l’emozione estetica. E soprattuto c’è in fondo la sensazione che all’orgine di tutto sia l’oscura esigenza di dar vita a una serie di accostamenti totalmente incongrui tra due mondi contrapposti: un grammofono e la voce di Caruso tra i tamburi nella giungla, un battello in cima a una montagna, una ferrovia che si perde nella foresta…

…L’esito non è definitivamente drammatico; diventa piuttosto fonte di nuova consapevolezza, di conoscenza, di umiltà, anche. Non si può costruire da soli un grande teatro nella foresta, ma portarvi per un istante un’autentica opera e farla ascoltare a chi si ama, questo sì. E così un film non può forse farci varcare la soglia dell’inconoscibile, ma può senz’altro farci sentire alla fine – come vuole Herzog – «più leggeri» insieme ai personaggi. Perciò nel finale questo Kinski inedito sorride appagato e noi ci sentiamo davvero più sollevati con lui….

Fabrizio Grosoli – cineforum

   Il più noto e chiacchierato film di Werner Herzog, la cui lavorazione durò quattro anni e prosciugò le casse del regista, rappresenta probabilmente la summa di tutto il suo cinema. Fitzcarraldo, infatti, mette insieme tutte le ossessioni dell’autore tedesco, dall’atto sublime della creazione artistica all’eterna ambizione dell’uomo di piegare la natura. Nel bene e nel male, però, è un’opera che non riesce a emanciparsi del tutto dalla storia della propria lavorazione, travagliata, leggendaria e raccontata nel documentario Burden of Dreams (1982) di Les Blank e nel libro autobiografico di Werner Herzog, La conquista dell’inutile, diario compilato tra giugno 1979 e novembre 1981, pubblicato a oltre 20 anni dall’uscita del film. I momenti di sublime e nervosa poesia si sprecano, ma se si estrae il film dalla propria leggenda, rimane un kolossal sbilenco, allucinato e spesso ripiegato su se stesso: il risultato è a tratti patetico, a tratti magnetico e straordinario. Klaus Kinski, nel ruolo della sua vita, domina la scena. Musiche, come in molti film di Herzog, dei Popol Vuh, a cui si aggiungono arie di Bellini, Verdi, Strauss, Puccini, Donizetti, Meyerbeer e Massenet. Inizialmente il protagonista era interpretato da Jason Robards ed era presente un personaggio, poi eliminato dalla versione definitiva, Wilbur, spalla di Fitzcarraldo, interpretato dal leader dei Rolling Stones, Mick Jagger.

longtake.it

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